Budanov, Zelensky e i pupari della guerra: anatomia di un potere che si arrocca

𝗕𝗨𝗗𝗔𝗡𝗢𝗩, 𝗭𝗘𝗟𝗘𝗡𝗦𝗞𝗬 𝗘 𝗜 𝗣𝗨𝗣𝗔𝗥𝗜 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔: 𝗔𝗡𝗔𝗧𝗢𝗠𝗜𝗔 𝗗𝗜 𝗨𝗡 𝗣𝗢𝗧𝗘𝗥𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗦𝗜 𝗔𝗥𝗥𝗢𝗖𝗖𝗔

Il metodo del giornalismo antimafia applicato all’analisi degli Stati conduce sempre allo stesso snodo.
Quando il potere teme il giudizio, tende a trasformare la guerra in una condizione permanente e a difendersi prioritariamente dall’interno, prima ancora che dal nemico esterno. È con questo approccio che intendo osservare il funzionamento concreto dei poteri che plasmano gli Stati, senza eccezioni. E quando dico “nessuna eccezione” intendo esattamente questo: nessuna. Non esistono poteri intrinsecamente buoni. Non faccio tifo, diffido delle narrazioni militanti e non provo alcun incanto per i tifosi applicati alle relazioni internazionali. Le etichette che mi vengono attribuite restano rumore di fondo.

Da questa impostazione discende la libertà di concentrare l’attenzione sui pericoli più prossimi allo spazio europeo: la corsa al riarmo e la progressiva militarizzazione che si sviluppa in una condizione di subalternità rispetto a centri di influenza esterni, i quali orientano la scena politica ucraina in un legame sempre più stretto con la NATO. In questo contesto merita un’osservazione ravvicinata la recente promozione del quarantenne generale Kyrylo Budanov, già a capo dell’intelligence militare, alla guida dell’Ufficio della Presidenza ucraina: una posizione che lo colloca di fatto come figura-chiave accanto a Volodymyr Zelensky.

Non è un elemento marginale che Budanov sia stato recentemente messo in evidenza in una fotografia pubblica dalla vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno. Nel bilancio politico di fine anno della dirigente del Partito Democratico, il riferimento prioritario è andato proprio a lui. Un segnale tutt’altro che casuale, che rimanda a un circuito di protezioni riconoscibile: lo stesso ambiente politico-strategico che ha attraversato senza conseguenze politiche rilevanti la vicenda del Nord Stream. Budanov, del resto, intrattiene rapporti operativi consolidati con la CIA sin dagli esordi della sua carriera.

Le riunioni sempre più frequenti dei settori più oltranzisti — i cosiddetti “violenterosi” — ruotano attorno a una preoccupazione costante: ostacolare qualsiasi ipotesi negoziale e creare le condizioni per il prolungamento del conflitto, puntando sull’obiettivo di un indebolimento strutturale della Russia. La premessa strategica è resistere nella frattura che attraversa le classi dirigenti occidentali e concentrare l’azione di logoramento innanzitutto su Donald Trump. In questo quadro, le inchieste sulla corruzione a Kiev rappresentano uno strumento di pressione nelle mani di settori statunitensi a lui vicini, potenzialmente in grado di indebolire sia Zelensky sia il fronte più radicale. Di fronte a questa dinamica, il potere tende naturalmente a irrigidirsi. E infatti lo sta facendo, nel tentativo di attraversare la fase di crescente impopolarità della gestione Zelensky.

Risulta difficile ritenere che il vertice politico ucraino sia rimasto estraneo ai flussi opachi di risorse e ai meccanismi di spoliazione che hanno attraversato l’economia del paese nel corso della guerra. Eppure la figura di Zelensky continua a rimanere priva di conseguenze sul piano giudiziario. La sua permanenza al vertice appare sempre più legata alla necessità di garantirsi una zona di tutela personale, assicurando la messa in sicurezza — o il trasferimento all’estero — di risorse rilevanti accumulate durante il conflitto.

A Kiev il potere si irrigidisce anche perché Bruxelles ha a sua volta bisogno di guadagnare tempo. La nomina di Budanov risponde a questa logica: una figura affidabile per Washington, ma soprattutto per quei centri di potere con base negli Stati Uniti capaci di muoversi con ampia autonomia, talvolta persino forzando la ratifica politica dei fatti compiuti da parte della Casa Bianca. Un profilo che non arretra di fronte a una retorica sempre più radicalizzata sul destino dell’avversario politico — come emerso di recente in dichiarazioni pubbliche che evocavano scenari di rimozione definitiva della leadership russa, facendo riferimento a Vladimir Putin (secondo alcune letture, con un messaggio indirizzato indirettamente anche a Trump) — nella convinzione che solo uno shock di ampia portata possa sbloccare un’escalation che, per ora, resta incompiuta.

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