Nella prima settimana del 2026 le cronache internazionali hanno offerto una drammatica rivelazione del nuovo tempo in cui siamo entrati, con un’impressionante accelerazione: sequestri di navi, operazioni coercitive extraterritoriali, atti di forza senza dichiarazione di guerra, accompagnati dal consueto silenzio semantico che evita accuratamente la parola “guerra” mentre ne adotta tutti gli effetti. È in momenti come questi che vale la pena tornare alle Costituzioni, non per esercizio accademico, ma per capire chi siamo davvero quando il diritto viene spinto al limite.
Su questo rilancio un’intuizione di Giorgio Kadmo Pagano, che sottolinea come l’Italia, almeno sulla carta, parta da una premessa netta: la guerra è ripudiata come strumento di offesa. Gli Stati Uniti no. Loro non la ripudiano. Non l’hanno mai fatto. Anzi, la tripudiano.
Essere pirati, negli Stati Uniti, è scritto in Costituzione. Addirittura all’articolo 1. Leggiamo infatti all’Articolo I, Sezione 8, Clausola 11:
«Il Congresso ha il potere di dichiarare guerra, concedere lettere di marca e di rappresaglia, e stabilire regole concernenti catture sulla terraferma e sull’acqua»
(To declare War, grant Letters of Marque and Reprisal, and make Rules concerning Captures on Land and Water).
Questo accade non solo perché la Costituzione americana non contiene alcuna formula di ripudio della guerra, ma perché incorpora la guerra nella propria architettura originaria, fino a prevederne persino una versione delegata, esternalizzata, privatizzata.
La Costituzione riserva infatti alla sovranità statunitense il potere di concedere lettere di marca e di rappresaglia: un istituto che, detto senza infingimenti, equivale alla legalizzazione costituzionale della pirateria di guerra, purché esercitata da soggetti privati autorizzati. Certo, in questo esordio dell’anno sono formalmente soggetti statali a compiere materialmente gli atti corsari; ma lo fanno con il fiato sul collo e sotto l’indirizzo dell’intero Comitato d’Affari dell’Imperatore Donald II.
Si dirà che si tratta di un residuo storico, inutilizzato da oltre un secolo. Un falso problema. Non conta tanto che non venga applicato, quanto che non sia mai stato abrogato e che lo spirito che lo sorregge resti pienamente operativo. L’idea è semplice e pericolosa: la violenza organizzata non deve necessariamente presentarsi in forma diretta, entro i confini del diritto internazionale, ma può essere delegata, appaltata, resa opaca, affidata a soggetti che sfuggono alle forme pur restando fedeli alla logica di un potere che non riconosce istanze superiori. Cambiano i nomi, ma non la sostanza: ieri i corsari, oggi i contractor e le unità “speciali” che creano fatti compiuti; ieri le lettere di preda, oggi le operazioni senza insegne; ieri la pirateria, oggi la coercizione economico-militare mascherata da regolazione.
Il punto, però, è che oggi siamo oltre.
A dimostrare che non siamo nel campo delle congetture, ma dentro un dibattito ormai esplicito, basta leggere un articolo apparso nell’agosto 2024 a firma di Chuck DeVore, responsabile delle iniziative nazionali della Texas Public Policy Foundation, ex legislatore della California e tenente colonnello in pensione dell’esercito statunitense. DeVore non è un marginale né un provocatore: è un uomo dell’apparato. E proprio per questo il suo ragionamento colpisce. Soprattutto dopo il sequestro USA delle navi russe. Nel suo pezzo egli teorizza apertamente il ritorno ai corsari come strumento per contenere le flotte di Russia e Cina, invocando senza imbarazzi la clausola costituzionale sulle lettere di marca e di rappresaglia.
L’argomento è di un cinismo disarmante: la Marina statunitense non è oggi in grado di sostenere da sola una competizione globale permanente; dunque è razionale esternalizzare la coercizione marittima a soggetti privati, incentivandoli con la possibilità di sequestrare, rivendere, trarre profitto. Si dirà: una deviazione. Non proprio. È semmai un ritorno all’origine. Non una forzatura, bensì un uso “creativo” della Costituzione. Torniamo al punto: ciò che per altri ordinamenti sarebbe un’aberrazione, diventa per l’America un’opzione strategica legittima, pronta a riemergere ogni volta che l’equilibrio dei rapporti di forza lo richieda.
Non siamo più semplicemente nella fase in cui lo Stato usa i privati per fare la guerra senza chiamarla guerra. Siamo nella fase in cui si punta a dissolvere l’ordine stesso che definiva cosa fosse uno Stato. Qui entra in gioco la posta più alta: la crisi del sistema westfaliano.
Per sistema westfaliano si intende, in modo molto semplice, l’assetto internazionale nato nel Seicento, basato su Stati sovrani, confini riconosciuti, non ingerenza formale negli affari interni e guerra come “eccezione” regolata tra soggetti statali. È il quadro che, tra enormi ipocrisie, ha retto fino al secondo dopoguerra ed è stato poi parzialmente incapsulato nell’ordine ONU.
Oggi quel quadro viene attaccato da due lati contemporaneamente: si liquida l’ordine post-1945 come un intralcio e, insieme, si erode il principio stesso di sovranità statale. In questo scenario, il coinvolgimento dei privati non serve più soltanto a fare pirateria per conto dello Stato. Serve a produrre nuovi ordinamenti, nuovi centri di potere, nuove forme di dominio che non rispondono né a Costituzioni né a trattati. Non è più solo guerra per procura. È potere per procura, che si autogiustifica e si autoalimenta.
Grandi piattaforme tecnologiche, complessi finanziari, apparati di sicurezza privatizzati, infrastrutture digitali che valgono più di un esercito: è qui che si gioca la partita. Lo Stato non abdica tanto per debolezza, quanto perché esternalizzare conviene. La guerra diventa una complessa “governance” dei rapporti di forza scatenati in modo brutale. La coercizione diventa un rapporto nudo di servitù. E, alla fine, il diritto diventa un orpello sempre più disinnescato e inutilizzabile.
Se la pirateria era il volto brutale della modernità nascente, oggi siamo davanti a qualcosa di più raffinato e più inquietante: un ritorno al feudalesimo, ma con algoritmi al posto dei castelli, piattaforme al posto dei feudi, e sudditi trasformati in utenti, dati, flussi.
Altro che ordine internazionale.
Il tecno-feudalesimo è alle porte, e ha una solida genealogia costituzionale alle spalle.
L’Europa – governata tanto da imbecilli quanto da banditi – per anni ha alimentato in modo suicida uno scontro esistenziale con un soggetto che non le era ostile, la Russia di Putin, mettendosi così alla mercé totale del soggetto d’Oltreoceano che mirava invece a squagliare l’intero continente dietro la vecchia maschera, ormai a brandelli, dell’“alleato”. Avremmo potuto resistere con un’architettura strategica di sicurezza comune con la Russia e una partnership virtuosa con la Cina e il resto del mondo. Ora è quasi irrimediabilmente troppo tardi per correggere l’errore più stupido della storia. Farci nemici gratis, non riconoscere predatori veri.
In questa libera prateria, l’ordinamento USA si sta trasformando in una metastasi che colonizza gli altri ordinamenti. Vi illudete male se pensate che la cosa si fermi a Maduro: nel raggio d’azione di questo sovversivismo dall’alto su scala planetaria ci sono i vostri patrimoni, il vostro portafoglio, lo stesso vostro futuro esistenziale.
L’ultima follia che può compiere questa Europa suicida è farsi risucchiare nella guerra.