In questi anni di bellicismo genocidiario, la classe dirigente del Sionismo Reale ha portato a galla la sua volontà egemonica a lungo raggio, volta a creare il “Grande Israele” come Superpotenza mondiale con una base territoriale da impero vasto su scala subcontinentale.
Quel che fino a ieri sembrava un fenomeno latente, sottovalutato perché visto distrattamente presso gruppi comunque legati a uno staterello piccolo come una regione italiana, appare ora nella pienezza di un progetto esplicito, sfrenato, apertamente rivendicato, alla ricerca di uno spazio vitale che travolge i confini.
Non sono più i soliti brutti ceffi razzisti come i ministri Ben Gvir o Smotrich a volersi allargare a suon di stragi.
È lo stesso Netanyahu a preconizzare l’avvento del Messia mentre si travolgono tutti i poteri mediorientali. Sempre lui parla di future rivincite su Roma, come se volesse dire “il mare Nostrum? È nostrum. Il messia non è un indifeso uomo torturato e crocifisso. Il vero messia tortura e sopprime”.
Gli fa già eco il capo dell’opposizione Yair Lapid , per ricordarci che la questione non è in mano a una sola parte spregiudicata, ma investe quasi tutto l’arco politico israeliano: ora Lapid appoggia apertamente il progetto del Grande Israele. Qualche mese fa l’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, candidamente reputava tutto il vasto mondo mediorientale citato dalla Bibbia dal Nilo all’Eufrate come il nuovo perimetro di un Israele autorizzato a occuparlo in base alle sue esigenze. Il supremo garante di Israel First e di Make Israel Great Again è oggi Donald Trump, che ritaglia per sé e i suoi famigli un processo di accumulazione primitiva che ridisegna gli equilibri del capitalismo occidentale intorno a un nucleo ristretto di tecnofeudatari disposti all’Apocalisse.
Per questo ricopio qui di seguito due pagine del mio libro «Contro il “Sionismo Reale”» (Visione Editore), che mi pare possano inquadrare bene la questione.
Buona lettura!
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—— Come funzionano queste cose ce lo spiegò nel 2004 Karl Rove, vicecapo dello staff presidenziale di George W. Bush, uno degli uomini più cinici che hanno inaugurato quest’ultimo ventennio di guerre (tutte componenti di un’unica “guerra infinita”). Era lui, anche se non veniva nominato, l’alto funzionario della Casa Bianca citato in un articolo del New York Times Magazine con queste frasi:
«Siamo un impero e, quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi studiate quella realtà – giudiziosamente, come farete – noi agiremo di nuovo, creando altre nuove realtà, che potete studiare anche voi, ed è così che le cose si sistemeranno. Siamo gli attori della storia… e voi, tutti voi, sarete lasciati solo a studiare ciò che noi facciamo».
Quel che dice Rove riflette una metodologia machiavellica moderna, in cui il potere si esercita attraverso il controllo dell’iniziativa, la manipolazione delle narrazioni, la capacità di agire rapidamente e con audacia spregiudicata priva di freni etici, l’adattamento costante alle circostanze per mantenere il dominio.
È un esempio contemporaneo di come il pragmatismo politico estremo possa essere applicato per plasmare non solo gli eventi, ma anche il modo in cui essi vengono percepiti, ricordati e – soprattutto – dimenticati. Un mondo organico e affine a quel disegno e a quella mentalità imperiale, inserito nello stesso complesso militare-industriale-mediatico-spionistico, è stato plasmato e perfezionato nel Vicino Oriente da Benjamin Netanyahu. Il quale ha usato fino in fondo il concetto di una creazione continua di “nuove realtà”, ossia una strategia che fa mantenere l’iniziativa e destabilizza chi tenta di comprendere o reagire agli eventi. È una versione moderna dell’audacia machiavellica, che permette di consolidare il potere cambiando radicalmente il contesto in cui opera.
Non è oggetto di questo libro analizzare come si è giunti nel dicembre 2024 all’abbattimento della Repubblica Araba Siriana forgiata dagli Assad, un evento che avrà enormi conseguenze a cascata presso tutti i vicini. Di certo ha avuto un ruolo anche Israele, compartecipe in ogni episodio di questa area del pianeta del progetto imperiale di scardinare il nazionalismo arabo, spaccare i vicini per linee etniche, disinnescare ogni velleità palestinese, fino a puntare al bersaglio grosso dell’Iran.
Tanti think-tank occidentali hanno lavorato nel corso dei decenni per anticipare le nuove cartine mediorientali, segnate da nuovi confini funzionali allo spazio attribuito al Sionismo Reale. «Eretz Israel HaShlema», la “Grande Terra di Israele”, intanto che vuole inglobare Israele, Cisgiordania, Gaza, parti della Giordania e della Siria e chissà cos’altro, intende diventare l’unica superpotenza sovrana in mezzo a un mondo arabo nel frattempo frammentato, balcanizzato, disinnescato da ogni suo potenziale nazionale e disseminato di micce da poter accendere all’occorrenza per indebolire qualsiasi contropotere.
La violenza è stata in origine un puro atto di pensiero, una mossa costitutiva originaria, esibita in qualche salotto e poi in qualche convegno paludato. Quanta violenza distillata nel semplice tracciamento di fredde righe su dei fogli dove si cancellavano le linee precedenti!
Un piccolo “Big Bang” geografico intriso di ideologia ha creato a matita i futuri recinti dei popoli divisi e umiliati. Gaza e i suoi oltre due milioni di persone, prima di essere inquadrati dal mirino di un bombardiere, erano già stati solo dei grumi di grafite abrasi da una gomma da cancellare nella stanza dei pianificatori.
Non era l’unica cancellatura. Impossibile prevedere il futuro nei suoi sviluppi esatti. Di certo, però, un’esplosione di violenza come quella connessa alla nuova fase del Sionismo Reale genererà resistenze, conflitti e controspinte che non spegneranno la magnitudine delle brutalità, ma semmai indurranno tutti ad approvvigionarsi di mezzi ancora più distruttivi. Il ricorso strategico e cinico alla violenza coloniale si traduce in una semina di malerbe infestanti che, alla fine, riassorbirà tutto il bioma mediorientale in un unico intrico caotico e atroce. —–