Il linciaggio contro Albanese serve a salvare la filiera del genocidio

 
La macchina del fango di tanti fiancheggiatori e baciapantofole di Bibi il Genocida sparsi in Francia e in Italia contro Francesca Albanese (Relatrice speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati), non è scoppiata per una sua frase. È scoppiata perché Albanese ha osato rompere il silenzio su un SISTEMA.
Albanese ha fatto ciò che 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗻𝗲 e ciò che molti governi occidentali temono: ha tracciato la mappa delle complicità economiche, industriali e politiche che rendono possibile un genocidio sotto gli occhi del mondo. 𝗛𝗮 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝗴𝗮𝘁𝗼 𝗯𝗼𝗺𝗯𝗲, 𝗳𝗶𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮𝗿𝗶𝗲, 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗲 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶, 𝗰𝗼𝗽𝗲𝗿𝘁𝘂𝗿𝗲 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲. Ha messo nomi e cognomi dove normalmente si trovano solo astrazioni e discorsi vaghi. Come osa fare nomi e cognomi?
Ed è a quel punto che è partita l’operazione di delegittimazione.
Il copione è noto e vale anche per il suo intervento di Doha. Si prende un passaggio di un 𝗱𝗶𝘀𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘀𝘀𝗼 sulle responsabilità sistemiche, lo si ritaglia, lo si deforma e lo si spaccia come attacco all’esistenza stessa di Israele. Poi si attiva il riflesso pavloviano più utile al potere: l’equiparazione automatica tra critica al sionismo realmente esistente – quello storico, politico e militare che produce occupazione, apartheid e distruzione, quello che io definisco “Sionismo Reale” – e antisemitismo.
È una tecnica di blindatura ideologica. Serve a impedire qualsiasi analisi delle strutture reali del potere, trasformando la denuncia dei crimini in reato.
Non è un caso che nel luglio 2025 le 𝘀𝗮𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝘀𝘁𝗮𝘁𝘂𝗻𝗶𝘁𝗲𝗻𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗔𝗹𝗯𝗮𝗻𝗲𝘀𝗲 fossero scattate appena poche ore dopo la pubblicazione del suo 𝗱𝗼𝘀𝘀𝗶𝗲𝗿 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗵𝗲 del genocidio. Il Segretario di Stato Rubio non reagiva mica a semplici parole. Reagiva alla rottura di un equilibrio. Reagiva al fatto che qualcuno aveva smontato la narrazione del conflitto inevitabile e mostrato il funzionamento di una macchina globale di guerra e profitto. Una filiera che partiva dalle grandi conglomerate del dominio digitale e si connetteva alle industrie a produzione militare. 𝗨𝗻𝗮 𝗹𝗶𝗻𝗲𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮 𝘁𝗿𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗴𝗶𝗮𝘁𝗼𝗶𝗮 𝗲 𝘂𝗻 𝗺𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗼𝗶𝗼.
Chi oggi finge che Albanese ragioni in termini manichei rovescia la realtà. Il manicheismo è quello di chi divide il mondo tra violenze giustificabili e violenze indicibili. Tra diritto internazionale applicabile ai nemici e immunità garantita agli alleati.
Il nodo politico è esattamente quello che ho provato a denunciare nel mio libro 𝘾𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤 𝙞𝙡 “𝙎𝙞𝙤𝙣𝙞𝙨𝙢𝙤 𝙍𝙚𝙖𝙡𝙚”: l’esistenza di un dispositivo ideologico che trasforma la critica alle politiche concrete di uno Stato in un tabù assoluto. Un dispositivo che svuota la memoria storica dell’antisemitismo per usarla come scudo di impunità geopolitica.
Difendere il diritto di analizzare le responsabilità strutturali del genocidio non significa attaccare un popolo. Significa difendere l’idea stessa che il diritto internazionale sia universale e non uno strumento selettivo nelle mani delle potenze.
Perché la verità che si vuole cancellare è semplice e brutale: 𝗶 𝗴𝗲𝗻𝗼𝗰𝗶𝗱𝗶 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗿𝗻𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗿𝗲𝗴𝗴𝗼𝗻𝗼 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗿𝗺𝗶. 𝗦𝗶 𝗿𝗲𝗴𝗴𝗼𝗻𝗼 𝘀𝘂 𝗯𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲, 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗶, 𝗹𝗼𝗯𝗯𝘆, 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘇𝗶𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗶𝗮𝗰𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗲 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮𝘁𝗶. 𝗦𝗼𝗻𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗲 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗲 𝗶𝗹 “𝗻𝗲𝗺𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮̀” 𝗰𝗵𝗲 𝗔𝗹𝗯𝗮𝗻𝗲𝘀𝗲 𝗱𝗲𝗻𝘂𝗻𝗰𝗶𝗮𝘃𝗮. Non uno Stato, non un popolo, non un’etnia, non una religione.
Ed è proprio quel sistema che oggi reagisce con furia, trovando tanti piccoli politicanti e tanti 𝙥𝙧𝙚𝙨𝙨𝙩𝙞𝙩𝙪𝙩𝙞 pronti a scattare sull’attenti.

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