Il tabù spezzato: le dimissioni di Joe Kent e la frattura sul sionismo nel cuore degli USA

 
Vado a memoria, ma difficilmente mi sbaglio: le dimissioni di Joe Kent dalla guida del Centro Nazionale Antiterrorismo degli Stati Uniti, motivate dall’opposizione alla guerra contro l’Iran, rappresentano probabilmente il gesto di dissenso più alto in grado compiuto da un membro dell’esecutivo americano nella storia recente.
Si tratta dunque di un fatto politico di enorme rilievo, che merita di essere analizzato con attenzione e senza superficialità.
Kent non si è limitato a contestare la tradizionale logica binaria del “o con noi o contro di noi”, che a suo giudizio ha già condotto Washington a conflitti fallimentari come quello iracheno.
Da veterano profondamente segnato da perdite personali — tra cui la morte della moglie in guerra — egli sosteneva da tempo che l’approccio neoconservatore non aveva prodotto i risultati promessi. Eppure tale impostazione continuava a dominare la politica estera americana per inerzia ideologica e per il peso degli interessi legati al complesso militare-industriale.
Già prima di assumere l’incarico, Kent aveva avvertito che uno scontro con l’Iran avrebbe con ogni probabilità avuto esiti disastrosi, invitando a riconoscere gli errori del passato e a costruire una strategia più pragmatica.
Donald Trump lo aveva voluto nella propria squadra pur conoscendo queste posizioni, così come aveva coinvolto altri esponenti utili a intercettare il consenso di un elettorato stanco delle “guerre infinite” e del loro costo umano ed economico.
Non a caso Kent si era distinto per le dure critiche rivolte a Lloyd Austin, segretario alla Difesa durante la presidenza Biden e proveniente direttamente dal vertice di uno dei principali colossi dell’industria bellica statunitense, Raytheon (in pratica, un Crosetto al cubo). Tali prese di posizione non ne avevano ostacolato l’ascesa sotto Trump; al contrario, risultavano funzionali alla sua narrazione politica.
Oggi, però, il leader repubblicano sembra prendere le distanze da Kent, arrivando a liquidarlo come un uomo debole.
Con le dimissioni, Kent ha infranto quello che può essere definito il tabù dei tabù. Ha dichiarato di non poter sostenere una guerra contro Teheran, affermando che l’Iran non costituisce una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Ha inoltre attribuito l’escalation alle pressioni dirette esercitate da Israele dentro le stanze dei bottoni a Washington, individuando in questa dinamica un elemento ricorrente in diversi interventi militari americani in Medio Oriente. Una parte significativa dell’area MAGA, delusa da quello che percepisce come il tradimento delle promesse elettorali trumpiane, ha rilanciato con forza queste tesi, interpretandole come la denuncia di una vero e proprio colpo di Stato che ha messo la sovranità statunitense in mano al Sionismo Reale.
Da un’angolazione personale, mi colpisce anche un altro fenomeno. Negli ultimi giorni si è diffuso a una velocità esponenziale sui social un flusso crescente di interventi di esponenti del cristianesimo evangelico che denunciano l’eccessivo allineamento di molti leader religiosi alle posizioni israeliane, accentuando una tensione già presente da tempo.
Questo malessere non appare episodico e trova riscontro in sondaggi che mostrano un calo senza precedenti della popolarità di Israele nell’opinione pubblica americana, in contrasto con l’intensa attività di influenza mediatica pianificata a Tel Aviv (piattaforme e canali televisivi USA che passano di mano presso sionisti a 24 carati) e con le recenti misure repressive adottate in ambito universitario.
L’aumento enorme della propaganda israeliana sembra andare a vuoto.
In settori del cosiddetto sionismo cristiano, milioni di fedeli che fino a poco tempo fa consideravano scontato il sostegno incondizionato a Israele cominciano a contestare apertamente molti predicatori, accusandoli di aver sostituito la centralità della figura di Cristo con quella dello Stato ebraico. In pratica una deriva eretica.
L’ondata rischia di riverberarsi direttamente sulla leadership di Trump, che ora ha legato gran parte della propria strategia all’attivismo militare di Tel Aviv. Il clima interno si fa sempre più teso, con minacce esplicite agghiaccianti rivolte a figure mediatiche come Tucker Carlson e con la prospettiva di uno scontro politico sempre più duro. I neoconservatori, tra le reti più determinate e spregiudicate della storia politica americana, sembrano intenzionati a proseguire una linea interventista pluridecennale che mira a ridefinire radicalmente gli equilibri del Medio Oriente.
Per farlo, cercheranno di allineare il fronte interno con ogni mezzo. Ma una parte consistente dell’opinione pubblica statunitense sembra ormai non voler più seguire questa strada.

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