La Guerra Infinita ha bisogno di un nuovo 11 settembre?


Non conta solo ciò che succede, ma ciò che può essere fatto accadere. È uno di quei momenti.

Nel mio libro del 2008 “Strategie per una guerra mondiale” cercavo di descrivere un metodo prima ancora che un fatto: la costruzione di un clima di emergenza permanente, la preparazione dell’opinione pubblica, la disponibilità di apparati opachi e la ricerca di un evento-shock sotto falsa bandiera capace di ridefinire gli equilibri strategici. L’11 settembre ha segnato l’inizio di un’epoca, mostrando quanto potente possa essere un singolo episodio nel trasformare l’intero scenario globale.

Quel metodo non appartiene al passato. La macchina bellica statunitense ha mostrato nel tempo una continuità impressionante di linguaggio e di approccio, spesso in raccordo con la strategia israeliana. Non è irrilevante che Benjamin Netanyahu fosse già al governo già 25 anni fa. Da allora il Medio Oriente allargato è stato attraversato da un conflitto quasi ininterrotto, alimentato da crisi successive e nuovi pretesti. Il contesto era quello sfuggito quasi come un lapsus ai pianificatori: “la guerra infinita”.

In questo quadro colpisce il recente rilancio, da parte dell’FBI, di ipotesi su possibili attentati con droni proprio sulla West Coast statunitense, nel pieno della guerra con l’Iran. Senza stabilire nessi forzati, vale la pena osservare che gli allarmi securitari – in particolare dell’FBI – hanno spesso contribuito a predisporre il terreno politico e mediatico per escalation militari. Perfino alcune coincidenze simboliche – come la presenza a Los Angeles di un grattacielo iconico oggi legato allo stesso magnate immobiliare associato alla vicenda del World Trade Center, Larry Silverstein – ricordano quanto, nella storia recente, eventi apparentemente separati abbiano finito per comporsi in un’unica continuità strategica. Silverstein si fece pagare le Torri Gemelle due volte dall’assicurazione stipulata tempestivamente poco prima della mega operazione terroristica, cavillando che erano due eventi separati. Il nuovo World Trade Center si è dimostrato un grande investimento.

Trump prometteva discontinuità. Ma il segretario della guerra Hegseth parla esattamente come il suo predecessore Rumsfeld. E parla come lui perché è imbeccato dallo stesso reticolo di potere, dagli stessi pensatoi con gli stessi dirigenti e finanziatori.
Un episodio significativo per comprendere l’intreccio tra élite finanziarie, think tank e sostegno economico allo Stato israeliano riguarda l’attuale presidente del Council on Foreign Relations, il miliardario David Rubenstein, cofondatore del fondo di private equity The Carlyle Group. Rubenstein, da anni importante finanziatore dello stesso CFR, nel novembre 2020 ha affiancato proprio lo sviluppatore immobiliare Larry Silverstein in un’iniziativa di raccolta fondi attraverso la vendita di titoli di Stato israeliani. L’evento, rivolto in modo mirato al settore del real estate e seguito da oltre mille operatori tra Stati Uniti e Canada, mostra come il sostegno a Israele possa articolarsi anche lungo canali finanziari e relazionali di alto livello, coinvolgendo protagonisti del capitalismo globale e reti istituzionali influenti nel dibattito strategico internazionale. Non stiamo parlando solo di diplomazia o di lobby tradizionali: emerge piuttosto un sistema di connessioni in cui capitale, analisi geopolitica e iniziative economiche convergono nel sostenere obiettivi percepiti come comuni da segmenti rilevanti delle élites transatlantiche. Ad esempio, Silverstein è partner immobiliare del ramo Murray-Jonathan della famiglia Kushner in un grande progetto a Jersey City. E sappiamo come, saltando di parente in parente, un Kushner accede alla stanza dei bottoni di Trump.

È notizia di questi giorni che anche il giornalista Tucker Carlson, che ormai dà voce a decine di milioni di elettori di Trump che si sentono traditi fino al midollo, parla apertamente di un rischio false flag analogo all’11 settembre 2001 volto a trascinare gli USA nel gorgo di una guerra che piace solo agli investitori filo-israeliani.

Oggi perfino dirigenti iraniani evocano il rischio di una operazione sotto falsa bandiera, capace di fornire il pretesto per un salto di scala verso una guerra totale. Sanno che stavolta gli americani non hanno nemmeno mandato un Colin Powell a coglionare l’ONU: cioè hanno aggredito quasi senza pretesto. Eppure Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, afferma:
«Ho sentito che i membri rimasti della gang di Epstein hanno architettato una cospirazione per creare un incidente simile all’11 settembre e incolpare l’Iran. L’Iran si oppone fondamentalmente a tali schemi terroristici e non è in guerra con il popolo americano».
Riassumendo: l’Iran è già vittima di un’aggressione che non si è nemmeno avvalsa di scuse eclatanti, ma teme che gli aggressori vogliano comunque trovare un pretesto per un’aggressione ancora più criminale e vasta, una guerra totale che potrebbe facilmente sfociare nella rottura del tabù nucleare. Lo teme, lo sa, e perciò lo denuncia solennemente.

Non abbiamo certo prove definitive. Ma esiste un precedente storico, esiste una logica, esiste un clima. Ignorarlo sarebbe irresponsabile. 

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