È davvero incredibile e imperdonabile l’insipienza con cui il mondo occidentale si è accodato per anni alle politiche di potenza di Israele contro l’Iran, che ora ci espongono a una deflagrazione planetaria. Come era prevedibile, Israele e Stati Uniti non hanno più intercettori con cui fermare il lancio di missili in ritorsione che essi stessi hanno provocato con la loro criminale aggressione. Le rappresaglie di questa sera alla centrale nucleare di Dimona e al rifugio antiaereo utilizzato dagli scienziati nucleari israeliani nel vicino abitato di Arad – in risposta ai ripetuti attacchi israeliani alle strutture nucleari civili dell’Iran – non hanno trovato alcuno scudo in grado di intercettarle.
Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, non nasconde l’enfasi: «il cielo di Israele è indifeso», dichiara. E spiega: «Se il regime israeliano non riesce a intercettare i missili nell’area altamente protetta di Dimona, è praticamente un segno che si è entrati in una nuova fase della battaglia: lo spazio aereo di Israele è senza protezione. Di conseguenza, sembra che sia giunto il momento di attuare i piani successivi già predisposti. Buon Nowruz al popolo iraniano».
E quali sarebbero «i piani successivi già predisposti»? Forse una risposta è nel messaggio del generale Sayyid Majiv Mousavi, comandante della Forza aerospaziale del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica: «Da questo momento […] dichiaro i figli dell’Iran sopra il cielo dei territori occupati. Le nuove tattiche e i nuovi sistemi di lancio impiegati nelle prossime ondate lasceranno senza parole i comandanti sionisti americani. Questa notte, il cielo sopra i territori meridionali occupati rimarrà luminoso per ore.»
Bibi il Genocida sembra credergli: «Stiamo vivendo una notte estremamente difficile nella guerra per il nostro futuro».
Sin dall’esordio della guerra, i suoi iniziatori – Trump, Hegseth, Bibi il Genocida e tutti i loro corifei – hanno parametrato l’intera loro comunicazione su una catena trionfalistica di invereconde bugie: gli iraniani non riescono a fare più lanci, abbiamo già vinto, hanno finito i missili, ecc.
Beh, pare che non sia proprio così, e prestissimo ci troveremo tra capo e collo la massima crisi energetica sistemica.
La tentazione degli iniziatori del disastro – entrambe potenze militari nucleari – sarà quella di un’ulteriore escalation, un crescendo nello scontro, perché è chiaro che il prezzo che altrimenti pagherebbero alle condizioni attuali coinciderebbe con una crisi economica, finanziaria e industriale insostenibile. Niente male per quel Trump che chiedeva i voti promettendo di non impelagarsi in un’ennesima guerra infinita.
Giulietto Chiesa lo ripeteva per anni: “non illudetevi che un’aggressione all’Iran rimarrà una scaramuccia limitata al Golfo Persico”. Una guerra di questa natura non resta mai confinata ai campi di battaglia: quando colpisce i nodi energetici del pianeta, entra nelle case, nelle fabbriche, nei bilanci pubblici e nel destino quotidiano di intere società.
È un incendio molto più vasto che ora ha come primo risultato di aprire le gabbie ai matti nei governi. Nel governo USA – terrorizzati da una crisi petrolifera ingestibile – arrivano a sospendere le sanzioni alla Russia e perfino all’Iran, il paese che stanno bombardando. In Europa, dove sono più matti, invece dicono che non vogliono una sola goccia di idrocarburi russi. Questo tipo di matti ci farà sbattere il muso a tutti.
Ha buon gioco l’amministratore delegato del Fondo sovrano russo, Kirill Dmitriev, a dichiarare: «Quando vi trovate senza aria condizionata, non potete usare la vostra auto, non avete un lavoro e non potete pagare le bollette, ricordate che Ursula, Kaja e altri burocrati russofobi dell’UE/Regno Unito hanno causato tutto questo rifiutando l’energia russa, affidabile e a prezzi ragionevoli.»
Sopra i cieli luminosi del Sud di Israele, senza più scudi contro la realtà, stasera si inaugurerà una nuova fase, un nuovo livello della tragedia. Chi ha acceso l’incendio non potrà controllarne le fiamme. E quando il fuoco raggiunge l’economia e la vita quotidiana, nessuna propaganda basta più a spegnerlo.