Per anni ci hanno raccontato che esisteva solo una legge: quella del più forte. Che i bombardamenti “preventivi”, le rappresaglie collettive, le distruzioni sistematiche di città intere fossero inevitabili effetti collaterali. Che, in fondo, l’impunità fosse una regola non scritta dell’ordine mondiale.
Ora qualcosa si muove.
Nel servizio dell’emittente turca TRT, che ho sottotitolato, emerge la storia di una rete internazionale di attivisti, giuristi e ricercatori che sta tentando di incrinare proprio quel meccanismo mortale.
Un lavoro paziente e ostinato: raccolta di prove, monitoraggio dei social, ricostruzione dei movimenti all’estero di soldati coinvolti nelle operazioni militari a Gaza e in Cisgiordania (e ci sarà ora molto materiale nell’aggressione al Libano).
L’obiettivo è semplice e radicale allo stesso tempo:
Secondo il reportage, i dossier sarebbero già migliaia.
Alcune indagini sono state aperte in diversi Paesi europei.
Ci sono stati fermi temporanei e interrogatori.
Non è ancora giustizia e gli ostacoli dati da omertà e complicità diffuse sono numerosi. Tuttavia abbiamo la fine di una certezza: quella dell’invisibilità.
Naturalmente i grandi media parlano poco di tutto questo.
Troppo scomodo mettere in discussione la narrazione rassicurante di guerre “chirurgiche” e di eserciti sempre e comunque al di sopra di ogni sospetto (ancora si giocano l’incredibile carta dell’«esercito più morale del mondo».
Eppure il terreno sta cambiando. Pensate, c’è un intero mondo, là fuori, che non la pensa come Mario Sechi, Maurizio Gasparri e Graziano Delrio.
Il diritto internazionale – dato per morto tante volte – potrebbe tornare a essere un campo di battaglia politico ed etico.
Guardate il servizio.
Poi chiedetevi: se la legge vale per tutti, perché dovrebbe fermarsi proprio davanti ai più armati?