Non tifate: per l’Iran stanno preparando l’ennesimo disastro

 

L’Iran nel mirino: Tra malessere reale e ingegneria del caos

Quando un’autorità politica governa un popolo, è fisiologico che si creino attriti. Non viviamo nel mondo delle fiabe: ci sono scontri di interesse, ricchezze distribuite male, corruzione vera o percepita e promesse che restano sulla carta. Queste tensioni possono risolversi con la politica o sfociare in una rottura. Anche l’Iran segue questa logica, ma con una variabile decisiva: un assedio economico soffocante che l’Occidente chiama ipocritamente “sanzioni”, ma che in realtà è un’arma di distruzione dello sviluppo. Anche a Teheran sanno bene che la gente è stanca e che il carovita e la mancanza di lavoro sono diventate altrettante micce politiche pronte a far esplodere il sistema.

Il tabù del potere globale

Attenzione, però: questo accade ovunque, anche da noi. Ciò che i grandi media vi nascondono è il livello superiore della partita: il ruolo dei padroni del mondo nel cavalcare e pilotare queste crisi. Se provi a dirlo, ti bollano come “complottista” per impedirti di capire come funziona davvero il potere oggi. La storia parla chiaro: le grandi potenze spendono miliardi per infiltrare gli Stati, allargare le ferite sociali e pianificare il crollo dei governi scomodi. In Iran, i servizi segreti stranieri non sono spettatori: da decenni sabotano, infiltrano e portano avanti una guerra sporca e asimmetrica, fino a dare armi e lanciafiamme a gruppi sediziosi che vanno a ridosso dei manifestanti genuini. Gli attori di questa guerra ibrida fanno parte di quello stesso circuito che da noi – in clamorosa proiezione psicanalitica – denuncia guerre ibride altrui.

Il trucco del “cambio di regime”

Guardate cosa è accaduto da decenni in Libia, Siria, Ucraina o Venezuela. Il copione è lo stesso: si prendono proteste giuste e autentiche e le si scippano a chi le ha iniziate. Chi scende in piazza ha la legittima aspirazione di guidare la storia, ma viene brutalmente espropriato delle sue ragioni da potenze che vogliono solo l’escalation militare. Nei casi peggiori, abbiamo visto fior di democratici finire a braccetto con tagliagole jihadisti o neonazisti. Non sono errori, sono scelte precise che portano a una sola cosa: Stati distrutti e nazioni in mano a bande armate. Credere che l’Occidente esporti democrazia è un’ingenuità imperdonabile. Ma molti perseverano diabolicamente nell’errore. Non gli basta vedere uno dopo l’altro il sorgere di Stati falliti che hanno reso un inferno le situazioni che prima erano solo difficili, continuano a ballare alla musica dei neocon e dei loro cinici fratelli.

L’ipocrisia della politica italiana

Qui entriamo nel cuore dell’inganno: quel “buonismo” peloso che sostituisce l’analisi politica con il tifo morale. In Italia, il coro è unanime: da Salvini al PD, da Conte a Fratoianni. Recitano tutti lo stesso spartito. Parlano di pace, ma appena l’Impero schiocca le dita, si mettono sull’attenti. Usano i “diritti umani” come una clava geopolitica contro chi non si piega, mentre le nostre libertà costituzionali e i nostri diritti sociali cadono a pezzi. È una solidarietà da palcoscenico, utile solo a giustificare la prossima guerra. Sentendosi buoni, civili, liberatori, giusti. Credono di parlare dell’Uomo. Parlano di un pariolino.

Il punto centrale è questo: opporsi all’imperialismo non significa dire che l’Iran sia il paradiso terrestre, maledetti tifosi e maledetti polarizzatori! Significa capire che se Teheran cade in base all’agenda dei guerrafondai ipocriti che hanno imperversato negli ultimi decenni, l’intero Medio Oriente esplode, trascinando con sé decine di milioni di persone (anche senza contare il rischio pure presente di una guerra mondiale, dati gli interessi in ballo). Chi non lo capisce finisce per fare il tifo per chi vuole solo distruggere. L’Iran avrà una nuova costituzione secondo i suoi tempi e senza snaturare la sovranità nazionale? Lo dovranno decidere loro, non il Mossad o l’uomo dei tatuaggi a comando.

La fabbrica dei sogni (e dei conflitti)

Dietro la narrazione della “rivolta spontanea” si nasconde un laboratorio di guerra psicologica senza precedenti. Profili social falsi, algoritmi truccati e storie scritte a tavolino per creare un consenso virtuale mentre si prepara il massacro reale. Le inchieste di testate che fanno bene il loro lavoro perfino a un passo dalla tana del lupo, come quella di Haaretz rilanciata da Megachip, lo dimostrano: la destabilizzazione dell’Iran passa prima per il vostro smartphone e poi per i proiettili regalati a chi vuole il caos e il ciclo di repressioni. Non è liberazione, è ingegneria del consenso. Quanti di voi hanno condiviso il filmato della ragazza pseudo-iraniana che si accendeva la sigaretta bruciando il ritratto di Khamenei? Beh, era una ragazza ebrea di Toronto e il filmato era del 2022. Pensavate che il gesto bastasse a capire l’Iran di oggi? Per molte ragazze iraniane di oggi, vi dò una notizia, Khamenei «è santità. Abbocchi sempre all’amo!» (sì, mi rifaccio a un verso di Battiato, uno dei più densi). Mi pare di averlo già detto: in quel volto, in quel turbante, c’è l’identità religiosa, culturale e politica di milioni di persone. Che piaccia o no, per molti l’Ayatollah è un punto di riferimento spirituale, una guida, un simbolo di resistenza. Chi non è disposto nemmeno a comprendere perché tanti lo considerino tale, non capisce il mondo e non capisce nemmeno sé stesso. Come vogliamo risolverla? Con una bella guerra di sterminio, una Gaza 4.0? Pensateci.

Significa che io tifi Khamenei? No, significa che non tifo, semplicemente. E che chi tifa in questa materia è totalmente ottenebrato.

Se continuiamo a scambiare un teatro di burattini digitali per la rivoluzione manichea che tanto piace all’Occidente, saremo complici dell’ennesimo massacro deciso altrove.

 

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.