Salò e le 120 giornate di Epstein

Epstein non era un generico puttaniere. Già da solo, il volume delle e-mail collegate al suo traffico (milioni di messaggi) è quello di un apparato para-statale. Parliamo di una macchina organizzativa da super-mafia globale dedita a industrializzare la ricattabilità di tutti i potenti occidentali che potete immaginare.
Una mafia cui hanno steso i tappeti rossi e tributato vistosi inchini tutte le istituzioni, tutte le redazioni e tutti i talk show della corrente principale dei media.
Il Dipartimento di Giustizia USA ha escluso dall’accesso agli Epstein Files immagini di morte e torture. E ciò già ci consente di dire questo: che sappiamo già che la compagnia di giro di notabili planetari legata a questa super-mafia è stata ed è protetta dall’esposizione delle prove documentali che la associano a una pratica sistematica di crimini terrificanti, consumati con la frequenza di un rituale oscuro.
Anni fa, la stagione delle rivelazioni di Wikileaks ebbe effetti notevoli nella coscienza di centinaia di milioni di persone per come era messo a nudo un certo lato del potere, ancora leggibile nell’ambito delle “normali” miserie terrene. Oggi, la nuova fase delle rivelazioni sul tentacolare mondo di Epstein mette a nudo un lato del potere che si erotizza nella violenza, trasformando i corpi in oggetti e la sopraffazione in rituale.
Pasolini lo denunciava come metafora politica. Epstein lo rivela come meccanismo terribilmente reale di un potere che si protegge da solo. Ciò detto, pensiamo per un istante a come possono essere accolte le lezioni di moralità e di democrazia che le facce di bronzo del nostro sistema pretendono di impartire fuori dal perimetro occidentale, dove i trucchi e le omertà nostrane non hanno effetto.

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