Trump, il Venezuela e la Fontana di Trevi

 
Quando Donald Trump convoca le grandi compagnie petrolifere e propone loro di investire cento miliardi di dollari nel petrolio venezuelano, assicurando protezione, stabilità e persino la possibilità di scavalcare governi e trattare “direttamente”, con tutto che passa nelle mani del venditore “deus ex machina”, la prima idea è di non prenderla sul serio. L’immagine di Totò che cerca di vendere la fontana di Trevi viene quasi da sola, e non è un caso: la scena è costruita per sembrare una spacconata, una farsa, una millanteria da venditore di fumo.
Ma fermarsi alla caricatura rischia di far perdere di vista ciò che conta davvero.
Perché mentre la proposta suona grottesca, il contesto in cui viene pronunciata è tutt’altro che leggero. Di certo i vertici delle major petrolifere non reagiscono come turisti sprovveduti. Alcuni prendono tempo, altri si schermiscono, altri ancora – come ExxonMobil, che in Venezuela ha lasciato cicatrici e una scia di cause legali – dicono senza troppi giri di parole che il Paese, così com’è, non offre alcuna base giuridica seria per un investimento di lungo periodo. È gente che non fa ideologia: ha semplicemente memoria di espropri, arbitrati, asset persi, promesse evaporate.
La parte interessante, però, non sta nel rifiuto. Sta nel fatto che, mentre le imprese fanno i loro conti e tirano il freno, lo Stato americano continua a muoversi come se l’operazione fosse già in corso, ma su un piano diverso. Un piano meno visibile e molto più efficace.
Qui torna utile ricordare ciò che avevo scritto mesi fa nell’articolo intitolato “Make America Trader Again” sul ruolo della comunicazione trumpiana come leva finanziaria: annunci, smentite, toni che oscillano e che producono volatilità, spostando capitali e aspettative senza bisogno di atti formali. Chi sta dentro certe stanze e sa in anticipo come si giocherà nella roulette degli annunci, guadagna un mare di soldi. Ricordavo che «un solo annuncio ben calibrato può creare o distruggere valore. La Casa Bianca diventa una sala trading, e il Presidente, un operatore con superpoteri: ogni parola è un ordine di mercato.» Quella dinamica è ancora pienamente attiva. L’idea stessa di una “riapertura” del Venezuela al petrolio occidentale basta a generare movimenti, a rimettere in moto fantasie speculative, a far circolare l’illusione che qualcosa stia cambiando.
Solo che, nel frattempo, qualcosa sta cambiando davvero, anche se non nella direzione raccontata.
Mentre si parla di investimenti futuri, Washington rafforza il controllo sui flussi presenti: sulle licenze, sui conti, sui ricavi, sulle modalità con cui il petrolio venezuelano può essere estratto, venduto, incassato. Diventa superflua e controproducente una conquista territoriale: non è un’invasione, non è nemmeno una classica operazione militare, anche se i morti ci sono stati, eccome. È un’operazione di amministrazione forzata, in cui la sovranità formale resta al suo posto ma quella sostanziale potrà essere progressivamente svuotata.
È qui che il quadro si fa più serio e meno aneddotico.
La Costituzione americana – lo si ricorda raramente, e quando lo si fa sembra sempre una curiosità per specialisti barbogi – non ripudia la guerra, anzi. La incorpora. E non solo nella sua forma classica, ma anche in versioni delegate, esternalizzate, affidate a soggetti privati autorizzati a esercitare violenza, cattura, sequestro, pirateria. L’ho ricordato pochi giorni fa, citando addirittura l’art. 1 della stessa costituzione degli Stati Uniti: le famose lettere di marca e di rappresaglia, ben lungi dall’essere un fossile, sono il segno ancora vivo di una concezione del potere che non ha mai avuto bisogno di presentarsi come eccezione, perché si è sempre considerata la regola.
Oggi non servono corsari con la bandiera nera, perché bastano intermediari, trader, veicoli legali, grandi soggetti privati che senza combattere in uniforme rendono possibile ciò che altri decidono. Non stupisce allora che nella gestione concreta del petrolio venezuelano compaiano nomi come Trafigura o Vitol: queste multinazionali non estraggono petrolio, ma gestiscono i canali attraverso cui il petrolio può circolare. Operano nel punto in cui sanzioni, licenze e finanza si traducono in flussi reali. Senza fare politica in senso stretto, esercitano un potere reale immenso, perché se si facesse a meno di loro le decisioni geopolitiche resterebbero sulla carta.
In questo senso, sappiamo bene che l’operazione Venezuela non è una bravata di Trump, né un suo capriccio comunicativo. È qualcosa che poggia su una grammatica più profonda, che precede il personaggio e probabilmente gli sopravvivrà. Trump serve, semmai, a renderla più esplicita, più sfrontata, meno ipocrita. Dice ad alta voce ciò che altri hanno sempre preferito sussurrare.
Il risultato è un esperimento a cielo aperto: non si prova a cambiare regime con un colpo di Stato, né a imporre una transizione pilotata. Si prova a dimostrare che uno Stato può continuare a esistere formalmente mentre le sue risorse principali vengono progressivamente inglobate in un sistema di regole deciso altrove, applicato da soggetti che non rispondono né a elettori né a parlamenti.
Chi si consola pensando che “tanto è il Venezuela” sbaglia di grosso. Il punto non è Maduro, né Caracas, né l’ennesimo capitolo della guerra economica. Il punto è che questo modello, una volta rodato, non ha bisogno di nemici ideologici. Funziona ovunque ci siano risorse, debolezze, dipendenze, e una catena di comando abbastanza lunga da rendere invisibile chi decide davvero. Trump e chi accede alle sue stanze può allegramente guadagnarci. Un report del New York Times dello scorso settembre rivela che Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti, uno dei capisaldi dell’ordine petrolifero planetario, ha investito 2 miliardi di dollari in World Liberty Financial, una società di criptovalute collegata alla famiglia Trump pochi giorni prima che gli Emirati ottenessero l’accesso a chip avanzati per l’intelligenza artificiale autorizzati dall’amministrazione USA. Anche se il rapporto non prova un legame diretto, il tempismo solleva sospetti di conflitto di interessi e potenziale corruzione.
Totò faceva ridere perché alla fine la fontana restava dov’era. Qui il rischio è che, mentre ridiamo, l’acqua abbia già cambiato davvero proprietario.

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