Dunque, anche i grandi media italiani e i politici più cacasotto del mondo hanno scoperto Itamar Ben Gvir.
Lo hanno scoperto il 19 e 20 maggio 2026, con la precisione di un orologio rotto che segna l’ora giusta due volte al giorno. Prima, per 363 giorni l’anno, Ben Gvir era lo stesso individuo cresciuto nei gruppi ultraestremisti di destra che dispensa veleno a ogni sospiro, e nessuno dei nostri alti papaveri faceva una piega. Anzi, si affaccendavano a costruire leggi liberticide su misura per proteggere lui e i suoi soci da qualunque critica.
Poi arriva la Sumud Flotilla. Arrivano i rapimenti in acque internazionali e le torture agli attivisti, le umiliazioni filmate e rivendicate. E improvvisamente tutti scoprono che Ben Gvir è un mostro.
Benissimo. Tardi, ma benissimo.
Solo che c’è un problema. Un problema che si chiama «𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝘂𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲». Vale la pena spiegarla, perché è la principale arte manipolatoria dei nostri tempi.
𝗜𝗹 𝘁𝗿𝘂𝗰𝗰𝗼
Prendete un sistema. Parlo di un sistema politico, militare, di complicità internazionali. Quel sistema produce risultati precisi: guerre, leggi liberticide, genocidi, rapimenti in acque internazionali, pulizie etniche.
Ora, invece di analizzare il sistema, prendete il suo elemento più visibile e mostruoso – quello che fa più schifo anche al lettore distratto – e isolatelo. Togliete il contesto. Togliete le cause. Togliete i complici. Togliete i governi occidentali che finanziano. Togliete i parlamenti che scudano. Togliete le redazioni che per anno hanno voltato la testa dall’altra parte.
Rimane solo lui: il mostro. L’anomalia. L’eccezione.
E l’eccezione, per definizione, conferma la regola. La regola, cioè, starebbe bene. Avrebbe solo questo piccolo problemuccio da risolvere.
Questo si chiama «𝗳𝗿𝗮𝗺𝗶𝗻𝗴»: la capacità di costruire una cornice intorno a un fatto determinando cosa viene visto, ma soprattutto cosa viene lasciato fuori dall’inquadratura. La ricontestualizzazione è il framing applicato al tempo: prendere qualcosa che esiste da anni dentro un sistema e farlo apparire come un fenomeno nuovo, isolato, eccezionale, nel momento in cui non è più possibile tacerlo.
𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗾𝘂𝗮𝗱𝗿𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮
Il messaggio implicito di questi giorni – mai pronunciato esplicitamente, ma trasmesso da ogni titolo, da ogni studio televisivo – è: «il problema si chiama Ben Gvir. Rimuovete Ben Gvir e il problema è risolto».
È una bugia elegante. Funziona proprio perché non viene pronunciata.
Fuori dall’inquadratura resta che gli USA avevano sanzioni a carico di Ben Gvir. Chi le ha rimosse? L’amministrazione Trump, la stessa che, nel giro di ventiquattr’ore dallo scandalo Flotilla, ha sanzionato non i torturatori ma i leader degli attivisti rapiti. Non che Biden non avesse anche lui riempito a suon di miliardi gli arsenali dei genocidi. Queste sono prepotenze bipartisan.
Fuori dall’inquadratura resta che Yair Lapid – il “moderato”, il volto presentabile dell’opposizione israeliana – appoggia apertamente il progetto espansionista e razzista del Grande Israele. Il problema, quindi, non si chiama Ben Gvir.
Fuori dall’inquadratura restano anche Delrio e Gasparri, che nel pieno della carriera ministeriale di Ben Gvir si sono adoperati per costruire norme liberticide italiane con un solo scopo: rendere illegale criticarlo. Una proposta di legge – che avevamo ribbattezzato “legge Ben Gvir” – che non ha incontrato grandi resistenze al Senato e che ora pende alla Camera come una minaccia alle nostre libertà.
Ricontestualizzare Ben Gvir come “il problema” serve esattamente a rimettere tutto questo nella normalità accettabile. Isola il sintomo più visibile e lo sacrifica sull’altare dell’indignazione selettiva, così il sistema che lo ha prodotto può uscire dall’episodio persino un po’ ripulito e ben pettinato, come se avesse dimostrato di saper riconoscere i propri eccessi.
𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝘃𝗶 𝗿𝗶𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮
Già nel giugno 2024, quando i media italiani non lo nominavano quasi, scrivevo di Ben Gvir come di un personaggio leggibile e prevedibile. Una profezia? No, era la semplice lettura di ciò che stava scritto in bella evidenza, per chiunque volesse leggere senza le lenti della propaganda di stato israeliana o senza i paraocchi delle Erinni guerrafondaie che governano le burocrazie europee.
La realtà era leggibile. Lo era ieri. Lo è oggi.
Ma la Grande Fabbrica del Sogno e della Menzogna – i grandi media “embedded” al guinzaglio, le redazioni organiche al sistema – aveva interesse a non farvelo sapere. E quando la pressione della realtà è diventata insostenibile, ha attivato il piano B: raccontarvelo in modo da farvi credere che il problema sia riducibile a una persona.
La ricontestualizzazione – capite bene – non è un errore giornalistico, bensì una tecnica. Funziona perché fa leva su un meccanismo cognitivo molto umano: preferiamo un mostro identificabile a un sistema che ci renderebbe corresponsabili.
Un mostro si può condannare e tornare a dormire.
Un sistema va capito, va smontato pezzo per pezzo, va combattuto: anche e soprattutto prima che i suoi prodotti più feroci diventino troppo visibili per essere nascosti. Non dopo, quando la macchina della ricontestualizzazione è già in moto e l’indignazione a comando ha già fatto il suo lavoro di copertura.
𝗜𝗹 «𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗲𝗱 𝗵𝗮𝗻𝗴𝗼𝘂𝘁»: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝘂𝘀𝗮𝘁𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗼𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀
C’è un concetto nato nel mondo dell’intelligence che descrive questa operazione con precisione chirurgica: «𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗲𝗱 𝗵𝗮𝗻𝗴𝗼𝘂𝘁»: rivelazione limitata. Quando un segreto sta per venire a galla in modo incontrollato, lo riveli tu per primo. Ma ne riveli solo una parte: quella meno compromettente. La “appendi” come confessione apparentemente coraggiosa, mentre proteggi con cura tutto ciò che conta davvero. Tecnica spesso usata dai presidenti USA rispetto ai loro scandali. Lo usano i servizi quando un’operazione coperta viene bruciata: meglio sacrificare il piano basso che esporre il piano alto.
Ben Gvir è il piano basso. Il volto grottesco, il ministro urlante, talmente sopra le righe da risultare quasi comodo: facile da isolare, facile da condannare, facile da sospendere come uno dei suoi famigerati cappi all’indignazione collettiva. Lo si usa come parafulmine per proteggere il piano alto: Netanyahu, i governi europei e americani che finanziano e armano quel progetto, i parlamenti che costruiscono scudi legislativi, le redazioni complici per omissione.
La rivelazione controllata di Ben Gvir non è dunque un atto di onestà. È il suo contrario: la verità usata strategicamente per nascondere una verità più grande.
Tenetelo a mente ogni volta che sentirete dire «almeno su Ben Gvir siamo tutti d’accordo». Presentano quella unanimità come un punto di arrivo. Ma è una trappola che serve a perpetuare le violenze del Sionismo Reale.