Nel suo celebratissimo libro «Il secolo breve», lo storico Eric Hobsbawm (1917-2012) ha sottolineato che le condizioni storiche che resero possibile la Seconda guerra mondiale erano in larga misura impersonali, ma la responsabilità di Hitler nel portare queste condizioni al punto di rottura fu innegabile. In modo analogo, possiamo analizzare oggi la presenza di tanti vettori legati a dinamiche non riconducibili a singoli individui nelle tensioni che stanno convergendo verso una Terza guerra mondiale, ma le responsabilità di alcuni individui e certe organizzazioni in direzione del punto di rottura sono ugualmente distinguibili: Benjamin Netanyahu sta portando il Sionismo Reale a innescare un incendio globale. La sconfitta di questo progetto politico diventa una precondizione per un ordine internazionale pacifico.
Un ragionamento libero come quello che ho esposto qui e nel libro «Contro il “Sionismo Reale”», se sarà approvata la legge liberticida che vuole fare da scudo ai crimini di Ben Gvir e soci, a breve sarà motivo di persecuzione: Bibi il Genocida, mentre annuncia il ritorno del Messia, ha una maledetta fretta e i servi obbediscono.
Davvero qualcuno pensava che l’atroce esperimento condotto a Gaza sarebbe rimasto confinato entro i limiti di quel laboratorio di distruzione? Oggi la minaccia più inquietante non arriva da presunti “nemici dell’Occidente”, ma da uno Stato dotato di armamento nucleare la cui linea politico-militare appare sempre più dominata da logiche di forza e da una radicalizzazione che sfugge a ogni reale contenimento.
Washington continua a muoversi in un rapporto di simbiosi strategica che la porta a finanziare, armare e coprire diplomaticamente le scelte scellerate di Tel Aviv. Una situazione che non offre alcuna garanzia di stabilità, ma anzi spalanca scenari di ulteriore destabilizzazione.
Guardate un po’ questa mappa comparsa in un volantino dell’esercito di Bibi il Genocida e rivolto alla popolazione in maggioranza sciita del Libano meridionale. Nel concreto, è stata ordinata l’evacuazione forzata di una vasta fascia del Paese dei cedri: una zona che si estende per decine di chilometri oltre il confine e che rappresenta una porzione rilevante del territorio libanese. In quell’area vivono centinaia di migliaia di persone, forse fino a un milione. Non esiste una scadenza per questo provvedimento, e i precedenti più recenti suggeriscono che chi non si allontana rischia di essere considerato automaticamente sacrificabile. L’ordine di sgombero, di fatto, trasforma intere comunità in popolazione esposta a bombardamenti e operazioni militari senza protezione, con tutto l’accanimento già temprato dal mattatoio Gaza.
Dietro le definizioni formali e le giustificazioni securitarie, molti osservatori vedono delinearsi un disegno che va oltre la semplice logica militare: lo spostamento coatto dei civili, la distruzione sistematica delle infrastrutture e la normalizzazione preventiva delle vittime innocenti assumono i tratti di una strategia che si palesa apertamente genocida. È una dinamica che rischia di modificare in modo irreversibile gli equilibri regionali e che trova alimento in una leadership israeliana sempre più intrisa di retorica messianica e di convinzione di impunità. In questo quadro, il silenzio o la complicità delle grandi potenze non attenuano il pericolo, anzi: lo rendono più grave e più vicino.