Pantelleria: l’Italia si arruola nella guerra mondiale a pezzi

Un abbordaggio senza mandato ONU, mentre 700 militari italiani presidiano il Golfo per conto di chi bombarda l’Iran

All’alba di domenica 2 agosto una squadra di militari italiani si è calata da un elicottero sulla petroliera Toa Payoh, in acque internazionali a ovest di Pantelleria. Il ministro Crosetto si è complimentato per la «fermezza dimostrata». Democrazia Sovrana e Popolare esprime invece grave preoccupazione per un atto che espone il Paese a un attrito diretto con la Federazione Russa, su una base giuridica fragile e con un mandato che nessun Parlamento ha mai conferito.

I fatti che il comunicato della Difesa non racconta. Nave Thaon di Revel è l’ammiraglia di EUNAVFOR MED IRINI, missione europea il cui compito è l’attuazione dell’embargo ONU sulle armi da e per la Libia. La Toa Payoh era partita da Cotonou, in Benin, con rotta su Istanbul: nessun rapporto con la Libia, nessun sospetto di traffico d’armi. Soprattutto: la risoluzione 2292 del Consiglio di Sicurezza, che autorizzava IRINI alle ispezioni coercitive in alto mare, è scaduta il 25 maggio scorso e non è stata rinnovata. Uno strumento nato per un teatro e sotto una copertura ONU viene oggi riorientato verso un teatro completamente diverso — il contenimento della Russia — proprio dopo che quella copertura è venuta meno.

Il problema di legalità internazionale. Il governo si copre con l’articolo 110 della Convenzione di Montego Bay, che consente alla nave militare la verifica della bandiera. Ma i casi previsti da quell’articolo sono tassativi: pirateria, tratta di schiavi, trasmissioni non autorizzate, assenza di nazionalità, falsa bandiera. Le sanzioni autonome dell’Unione Europea non compaiono in quell’elenco e non vincolano né il Camerun né alcuno Stato terzo: non sono diritto internazionale, sono una misura regionale. Usare la verifica di bandiera come grimaldello per far rispettare in alto mare un regime sanzionatorio unilaterale significa piegare l’articolo 110 a una funzione che non gli appartiene. È esattamente il metodo che l’Occidente denuncia quando lo praticano altri.

Il rischio che ci assumiamo. Un abbordaggio coercitivo – il comandante, dice la Difesa, non ha inizialmente collaborato – su un carico riconducibile a una potenza nucleare, condotto da militari italiani per conto dell’Unione Europea, senza mandato ONU e senza dibattito parlamentare, è un atto di forza. Non è «sicurezza del Mediterraneo»: è l’ingresso dell’Italia in una linea di frizione navale con Mosca, nella quale il rischio di incidente non è ipotetico e nella quale la prima nave a trovarsi esposta batte bandiera italiana. Chi ha deciso tutto questo? Non le Camere.

Il doppio standard. Questa solerzia nell’applicare «il diritto internazionale» contro la Russia convive con un silenzio totale altrove. Da fine luglio sappiamo che dalla seconda metà di marzo l’Italia ha schierato la Task Force Air-Arabia in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein: circa 400 militari dell’Aeronautica confermati dalla Difesa, cui fonti specializzate aggiungono un contingente dell’Esercito con batterie SAMP-T. L’Arabia Saudita non rientra tra i Paesi previsti dalla scheda 4 della delibera missioni 2026 — lo hanno rilevato anche i gruppi parlamentari del Partito Democratico. Un dispiegamento durato mesi, in un Paese coinvolto nel conflitto con l’Iran, reso noto soltanto dopo la rivelazione di un giornalista. Là dove sono in gioco l’aggressione all’Iran, la guerra nello Yemen, il genocidio a Gaza, il diritto internazionale diventa improvvisamente un tema delicato. Contro Mosca torna a essere una bandiera. Se il diritto è invocato a intermittenza, non è più diritto, ma propaganda.

La cornice. Papa Francesco l’aveva chiamata guerra mondiale a pezzi. I pezzi si stanno saldando. Golfo Persico, Mar Nero, Mediterraneo centrale, Baltico: teatri diversi che una sola catena di comando politico sta ricucendo in un unico fronte. L’Italia vi entra per addizioni successive, ciascuna presentata come tecnica, nessuna mai votata. Nessuna singola decisione sembra mai la decisione decisiva. È così che i Paesi entrano in guerra.

Chiediamo:

  1. che il governo riferisca immediatamente alle Camere sulla base giuridica dell’operazione del 2 agosto e sull’esistenza o meno di un’autorizzazione dello Stato di bandiera;
  2. che si chiarisca in quale atto parlamentare sia stata deliberata l’estensione dei compiti di IRINI dall’embargo libico all’applicazione delle sanzioni contro la Russia, e con quali regole d’ingaggio;
  3. che sia sospesa la partecipazione italiana a operazioni di interdizione navale prive di copertura del Consiglio di Sicurezza;
  4. che il governo riferisca con completezza su consistenza, dislocazione, catena di comando e base autorizzativa dei contingenti schierati nel Golfo;
  5. che il Parlamento riprenda la titolarità che l’articolo 78 della Costituzione gli assegna, prima che sia un incidente a decidere al posto nostro.

 

Pino Cabras

Responsabile Esteri — Democrazia Sovrana e Popolare

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.