Pastori veri e leader immaginari

 
Io sono quello a sinistra.
Avevo undici anni, nel 1979. A Teheran, andava al potere Khomeini. In Sardegna, io stavo sul trattore con mio padre e i miei nonni. Non può essere una coincidenza!
 
Ho fatto davvero il pastore e ho lavorato davvero nei campi. Sono esperienze che insegnano una cosa semplice: non urlare, perché le bestie si spaventano.
Ho letto il post con cui Gianmarco Landi mi chiama al confronto pubblico alternando invettive personali, suggestioni da retrobottega Q-anon e riferimenti identitari non casuali, come quello alla “pastorizia”, che contro noi sardi ha una lunga tradizione di uso denigratorio. Non mi offende. Siamo abituati agli originaloni.
Il contatto con la terra insegna anche il senso della responsabilità concreta verso la realtà, che non si governa con le suggestioni ma con la conoscenza.
 
Nel post colpisce il ricorso a un altro ‘frame’ polemico abusato, quello del parlamentare “addomesticato” dalla poltrona.
È una rappresentazione comoda ma distante dai fatti.
Dopo aver contribuito a non far approvare il MES grazie a una pattuglia di analisti finanziari indubbiamente meno addestrati dei vecchi compagni di partito di Landi, quelli di Forza Italia (che invece volevano il MES), ho lasciato il Movimento per non votare il governo Draghi e per contribuire alla costruzione di un’opposizione politica reale.
Successivamente ho scelto di non ricandidarmi.
Sono scelte verificabili, che ognuno può giudicare nel merito.
 
Il punto tuttavia non è la mia biografia né quella di Landi.
Il punto è il metodo.
Quando ogni fatto diventa conferma e ogni smentita viene riassorbita come prova ulteriore di un piano invisibile, il confronto razionale smette di essere possibile e la politica internazionale rischia di trasformarsi in una narrazione salvifica centrata su figure considerate infallibili. Ecco, non appartengo alla schiera dei “donaldolatri”. Direi di nessuna idolatria.
 
Chi come me lavora da trent’anni nella finanza reale sa quanto sia necessario distinguere tra narrazione e responsabilità operativa. Per mestiere devo distinguere subito il latinorum di chi chiacchiera di finanza in modi goffamente autocelebrativi. È su questo terreno che ho scritto il mio articolo. Non per delegittimare qualcuno, ma per richiamare tutti – me compreso – alla responsabilità delle parole in tempi di tragedie reali.
 
Sono disponibile a un confronto pubblico, ma a condizioni chiare:
– tema definito sul metodo di analisi e sulla falsificabilità delle tesi;
– tempi di parola equilibrati;
– moderazione rigorosa;
– contesto non militante.
 
Un dibattito serio non è un ring né uno spettacolo.
È un servizio a chi ascolta.
Il resto appartiene alla dimensione della propaganda o dell’intrattenimento politico, che personalmente non mi interessa praticare.

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