L’ultimo brutale errore di Israele

di Stephen M. Walt – «Foreign Policy»

Sulla strage di pacifisti ad opera delle forze armate israeliane si esprime con un lucidissimo articolo anche il professor Stephen M. Walt, coautore assieme a John Mearsheimer di “La Israel lobby e la politica estera americana” , il best seller che ha messo a nudo il gravame di condizionamenti sempre più pesanti che assoggettano la politica estera Usa alla visione via via più paranoica della classe dirigente israeliana.

31 maggio 2010
Ormai avrete tutti sentito parlare dell’attacco ingiustificato dell’IDF alla Gaza Freedom Flotilla, una flotta di sei navi civili che stava cercando di portare aiuti umanitari (ad esempio medicinali, cibo e materiali da costruzione) a Gaza. La popolazione di Gaza è oggetto di un assedio paralizzante israeliano fin dal 2006. Israele ha imposto il blocco dopo che gli elettori di Gaza hanno avuto l’ardire di preferire Hamas in elezioni libere tenutesi su insistenza dell’amministrazione Bush, che poi ha rifiutato di riconoscere il nuovo governo, perché non le piaceva il risultato.
Nella tarda serata di domenica, i commando delle forze navali dell’IDF hanno attaccato una delle navi disarmate in acque internazionali, uccidendo almeno dieci pacifisti e ferendone molti altri. Il portavoce delle Forze di Difesa israeliane sostiene che l’uso della forza era giustificato perché i passeggeri hanno resistito ai tentativi israeliani di salire e sequestrare la nave. Altri funzionari israeliani hanno cercato di ritrarre gli attivisti, le cui fila comprendevano cittadini provenienti da cinquanta paesi, un Premio Nobel per la Pace, un ex ambasciatore degli Stati Uniti, e un anziana sopravvissuta all’Olocausto, come simpatizzanti dei terroristi aventi legami con Hamas e perfino con al-Qa’ida.
La mia prima domanda non appena ho sentito la notizia è stata: «Cosa possono aver pensato i leader israeliani?» Come facevano a poter credere che un attacco mortale contro una missione umanitaria in acque internazionali potesse giocare a loro favore? Il governo israeliano ei suoi sostenitori della linea dura spesso lamentano di presunti tentativi di «delegittimare» il paese, ma azioni come questa sono la vera ragione per cui la reputazione di Israele in tutto il mondo è precipitata così in basso. Questa ultima furfanteria è tanto stupida quanto la guerra del 2006 in Libano (che ha ucciso oltre un migliaio di libanesi e ha causato miliardi di dollari di danni) o l’attacco del 2008-2009 che ha ucciso circa 1300 abitanti di Gaza, molti dei quali erano bambini innocenti. Nessuna di queste azioni ha raggiunto il suo obiettivo strategico: infatti, tutte hanno fornito prove ulteriori del the costante deteriorarsi del pensiero strategico di Israele, cui abbiamo assistito dal 1967.
La mia seconda domanda è: «L’amministrazione Obama tirerà fuori un po’ di spina dorsale su questo tema, per andare al di là delle solite dichiarazioni edulcorate che di solito i presidenti degli Stati Uniti fanno quando Israele agisce stoltamente e pericolosamente?» Al presidente Obama piace parlare assai dei nostri meravigliosi valori americani, e l’appena sfornata National Security Strategy afferma che «dobbiamo sempre cercare di mantenere questi valori, non solo quando è facile, ma quando è difficile». Lo stesso documento parla anche di un «ordine internazionale basato sul diritto», e dice: «L’impegno dell’America per lo stato di diritto è fondamentale per i nostri sforzi volti a costruire un ordine internazionale che sia capace di affrontare le sfide emergenti del XXI secolo.»
Beh, se questo è vero, per Obama questa è un’ottima occasione per dimostrare che egli intende davvero ciò che dice. Attaccare una missione di aiuto umanitario non è certamente coerente con i valori americani – anche quando la missione di aiuto sia impegnata nell’azione provocatoria di sfidare un blocco navale – e agire così in acque internazionali è una diretta violazione del diritto internazionale. Certo, sarebbe politicamente difficile per l’amministrazione a prendere una posizione di principio con le elezioni di medio termine che incombono, ma i nostri valori e l’impegno per lo stato di diritto non valgono molto se un presidente li sacrifica solo per guadagnare dei voti.
Ancora più importante, questo ultimo atto di belligeranza scellerata rappresenta una minaccia più ampia agli interessi nazionali statunitensi. Poiché gli Stati Uniti forniscono a Israele così tanto aiuto materiale e protezione diplomatica, e poiché i politici americani dal presidente in giù fanno più volte riferimento ai “legami indissolubili” tra gli Stati Uniti e Israele, i popoli di tutto il mondo ci associano naturalmente alla maggior parte delle azioni di Israele, se non tutte. Quindi, Israele non si limita a offuscare la propria immagine quando fa qualcosa di strampalato come questo, ma mette anche gli Stati Uniti in pessima luce. Questo incidente danneggerà i nostri rapporti con gli altri paesi del Medio Oriente, darà credito supplementare alla narrativa jihadista sull’«alleanza crociato-sionista», e complicherà gli sforzi nella trattativa con l’Iran. Ci costerà inoltre qualche posizione morale agli occhi di altri amici in tutto il mondo, soprattutto se minimizziamo. Questa è solo una prova in più ammesso che ne avessimo bisogno, che il rapporto speciale con Israele è diventata una voce al passivo nel nostro bilancio.
In breve, a meno che l’amministrazione Obama non dimostri subito quanto sia adirata e disgustata da questo folle atto, e a meno che la reazione degli Stati Uniti non abbia un vero mordente, gli altri stati giustamente percepiranno Washington irrimediabilmente debole e ipocrita. E il discorso di Obama al Cairo – che venne intitolato «Un Nuovo Inizio» – avrà una posizione di rilievo nell’Albo d’Oro della Vuota Retorica.
Come potrebbero reagire gli Stati Uniti? Potremmo iniziare denunciando l’azione di Israele con parole semplici, senza prevaricazione. Potremmo aiutare a stilare e portare avanti una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che condanni l’azione di Israele e chieda una commissione d’inchiesta internazionale per stabilire cosa è successo. E se l’intelligence americana stava controllando la flottiglia – e avrebbe dovuto farlo – dobbiamo mettere tutte le informazioni che abbiamo raccolto a disposizione della commissione.
Potremmo anche cancellare o sospendere elementi del nostro pacchetto di aiuti militari a Israele. E potremmo dire forte e chiaro che il blocco di Gaza è illegale, disumano e controproducente, e premere apertamente su Israele e l’Egitto per abrogarlo immediatamente.
Ma anche forti misure come queste non risolveranno il problema sottostante, che è il conflitto stesso. Ho imparato a non aspettarmi molto da questa amministrazione quando si tratta di spingere le due parti verso una soluzione, dato che Obama predica benissimo, ma non razzola altrettanto bene nell’esercitare sostanziose pressioni sulle due parti. L’ultimo incidente, tuttavia, potrebbe convincere Obama che ha fatto bene a mettere la questione israelo-palestinese sul fuoco quando è entrato in carica, mentre ha sbagliato a cedere a Netanyahu quando questi recalcitrava la scorsa estate (2009) e di nuovo questa primavera. Il risultato di questi ripiegamenti è stata una perdita di tempo prezioso, mentre la situazione nei Territori occupati si è deteriorata.
Perché il tempo si sta rapidamente esaurendo per una soluzione a due Stati, Obama dovrebbe cogliere questa occasione per spiegare al popolo americano perché sia necessario un approccio diverso e perché il portare questo conflitto a un esito sia una priorità per la sicurezza nazionale per gli Stati Uniti. Dovrebbe anche spiegare perché usare la leva degli Stati Uniti su entrambe le parti sia nell’interesse di Israele come nell’interesse dell’America. E gli sarà necessario caricarsi alcune persone nuove a bordo per aiutarlo a fare tutto ciò, perché la squadra che ha usato sinora ha speso più di un anno senza ottenere nulla. (Se la sua squadra economica avesse avuto altrettanto effetto, la nostra economia sarebbe ancora avvitata verso l’abisso.) Ottenere di riavviare i cosiddetti “colloqui di prossimità” non conta, perché tali discussioni sono un passo indietro rispetto ai precedenti ‘faccia a faccia’ negoziali e perché sono destinati a fallire.
Un terzo pensiero ha a che fare con Israele in se stessa, e soprattutto con il suo attuale governo. Cosa possiamo pensare di un paese che ha armi nucleari, un esercito eccezionale, un’economia sempre più prospera, e una grande raffinatezza tecnologica, eppure tiene sotto assedio più di un milione di persone a Gaza, nega i diritti politici a milioni di altri in Cisgiordania, dove si è impegnato ad espandervi gli insediamenti, e i cui leader hanno pochi scrupoli nell’usare la forza letale non solo contro i nemici ben armati, ma anche contro civili innocenti e attivisti internazionali pacifisti, mentre allo stesso tempo, si autodipinge come vittima innocente? Qualcosa è andato molto storto nel sogno sionista.
In quarto luogo, questo incidente è una prova decisiva per la comunità “pro-Israele” qui negli Stati Uniti. Uno dei motivi per cui Israele continua a fare cose insensate come questa è che è stato isolato dalle conseguenze di tali azioni da parte dei suoi simpatizzanti oltranzisti negli Stati Uniti. I portavoce dell’AIPAC stanno già bombardando i giornalisti e gli esperti con e-mail che rivoltano la frittata dell’aggressione, e possiamo tranquillamente aspettarci che altri apologeti preparino editoriali e post nei blog per difendere il comportamento di Israele come un integerrimo atto di “auto-difesa”. E se l’amministrazione Obama cercasse di procedere in uno dei modi che ho appena suggerito, può contare su una feroce opposizione da parte delle organizzazioni più influenti nella lobby pro Israele.
In questo contesto il recente articolo di Peter Beinart nella «New York Review of Books» è ancora più significativo, soprattutto la sua domanda:
«I capi dell’AIPAC e la Conferenza dei presidenti dovrebbero chiedersi che cosa i leader israeliani avrebbero dovuto fare o dire per far loro gridare “no”. … Se il segno non è stato ancora passato, allora dove sta il confine?»
Nei prossimi giorni, tenete d’occhio il modo in cui i politici e i gli opinionisti si schiereranno su questo tema. Chi fra di loro pensa che Israele abbia “passato il segno” e si meriti le critiche – e forse pefino sanzioni – e chi di loro pensa che quello che ha fatto fosse del tutto adeguato? Paradossalmente, sono i primi ad essere amici di Israele, perché stanno cercando di salvare questo paese prima che sia troppo tardi. E sono i secondi ad avere uno zelo scriteriato che sta portando Israele a discendere verso un ulteriore isolamento internazionale – e forse anche peggio.

Fonte: foreignpolicy.com.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

L’articolo su Megachip: QUI.

1 Commento

  1. Giacomo Gabellini 04/06/2010 at 9:46

    Analisi impeccabile. Obama si sta destreggiando malissimo in questa situazione, mettendo in evidenza il peso soverchiante assunto dalle lobbies ebraiche sulla politica estera americana. Temo che non cambierà nulla. Cari saluti.

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