Da ieri circola un documento in inglese, pubblicato da una delle tante società di comunicazione strategica che hanno per clienti governi e organizzazioni internazionali di matrice atlantista, nel quale il mio nome compare all’interno di quello che viene chiamato l’ecosistema FIMI italiano. La sigla sta per Foreign Information Manipulation and Interference e l’ha inventata la diplomazia dell’Unione Europea (il Servizio europeo per l’azione esterna). Nel 2022 è entrata nella “Bussola strategica per la sicurezza e la difesa”, il documento che fissa le priorità militari dell’Europa (una vera bibbia del Partito del Riarmo) e da allora i governi la usano come categoria ufficiale per classificare persone e siti.
Vale la pena guardare come è costruito il testo. Non contiene accuse nei miei confronti, e nemmeno l’insinuazione che io riceva istruzioni o denaro, cosa che del resto sarebbe indimostrabile. Contiene l’osservazione che ho ripubblicato un’intervista, che sul mio canale cito con una certa frequenza determinate fonti e che ho proposto un’alleanza politica fondata su «pace, sovranità e lavoro». Sono cose che ho fatto in pubblico, con la mia firma, e che chiunque poteva già leggere. Collocate però dentro un elenco popolato da RT e dai canali attribuiti al ministero della Difesa russo, producono un effetto che nessuna frase del documento si assume la responsabilità di affermare.
Il vantaggio di questa tecnica, per chi la pratica, sta nel non lasciare appigli. Non c’è un’affermazione da rettificare né un addebito che si possa portare davanti a un giudice, e resta un deposito documentale destinato a essere indicizzato, ripreso nei report successivi, riversato nelle schede che circolano fra uffici e ormai anche nelle risposte dei sistemi automatici a cui sempre più persone chiedono chi sei. Misurato giorno per giorno il danno è modesto. Non ha però una scadenza.
Sul perché esista un mercato per prodotti di questo genere ho un’opinione. Il riarmo europeo costa moltissimo, sottrae risorse a comparti che ne avrebbero bisogno e ci consegna a una dipendenza industriale e tecnologica di cui si discute pochissimo. Una scelta simile non si regge senza una minaccia che la giustifichi in permanenza, e la cosiddetta “guerra ibrida” assolve bene questo compito perché non ha mai l’obbligo di essere dimostrata. Nel momento in cui si stabilisce che il conflitto è già in corso nel campo delle opinioni, chi contesta le spese militari smette di essere un interlocutore politico e diventa un elemento del dispositivo avversario, con il risultato pratico che alle sue obiezioni non occorre più rispondere nel merito. Una sorta di Inquisizione a bassa intensità che crea un clima passo dopo passo, trasformando l’insinuazione in senso comune.
Chi ha seguito la vicenda ucraina dal 2014 ha visto strumenti simili all’opera a Kiev, dove hanno ridefinito ciò che era dicibile e chi potesse legittimamente candidarsi a rappresentare qualcuno. È un cliché ormai collaudato e facile da replicare a tavolino su scala continentale, tanto più che decine di risoluzioni dell’Europarlamento sulla “disinformazione” benedette da santa Pina Picierno hanno già preparato il terreno. Discuterne adesso, prima che diventi ordinaria amministrazione, mi pare il minimo.
Aggiungo una cosa. Una struttura che si occupa professionalmente dell’interferenza informativa altrui, e che vende le proprie analisi a governi, non rende noti i propri finanziatori. Se la trasparenza sulle fonti di finanziamento è il criterio, dovrebbe valere anche per chi lo maneggia.
Il documento è linkato QUI. Conviene leggerlo per intero, e soprattutto le note in fondo.