La premier giapponese Takaichi, in occasione dell’81° anniversario della bomba che distrusse Hiroshima, oggi non ha trovato modo di nominare gli Stati Uniti, che pure la sganciarono. È già un passo avanti rispetto alla commemorazione in cui si presentò la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen, che prese spunto da Hiroshima per accusare la Russia di essere causa del pericolo nucleare.
Eppure questo evento, una delle svolte più importanti e tragiche nella storia umana, meriterebbe un rispetto assoluto della memoria, essendo la questione cruciale con cui – in fondo – ci misuriamo.
Il 6 agosto 1945, a Hiroshima, la scienza era come l’Universo: in espansione.
Quel nuovo modo di presentarsi della scienza nella sua brutalità tecnica esigeva un mutamento del modo di pensare.
La sostanza del «messaggio di Hiroshima»:
- il genere umano ha un destino unico di vita o di morte;
- l’imperativo morale della pace, ritenuta da sempre come un ideale necessario ma irrealizzabile, è arrivato a coincidere con l’istinto di conservazione;
- la guerra è uscita per sempre dalla sfera della razionalità.
C’è stato un momento in cui una parte degli scienziati e grandi movimenti di massa inserirono questa nuova consapevolezza nello spirito del tempo, con la volontà di cambiarlo. Oggi sembra essersi smarrita.
La nostra civiltà ha consumato il suo iter, che è partito dall’ambizione umanistica e faustiana dell’«homo faber fortunae suae» e che a un certo punto arriva allo scacco, all’autodistruzione. L’era atomica è il simbolo di ciò.
La tecnica porta all’autodistruzione. L’affermazione dell’uomo onnipotente porta dialetticamente all’impotenza dell’uomo, all’impotenza dell’umanità che si trova di fronte o alla catastrofe che può decidere essa stessa oppure alla catastrofe ecologica che sfugge dalle sue mani, per via entropica.
Miliardi di persone nate libere cedono il passo ai nuovi regolatori tecnocratici. Lo fanno con una fede assimilabile a quella religiosa nei confronti di una tecnica che si presenta come regolatrice arcigna di ogni sfera dell’umano, all’ombra di una concentrazione dei capitali che diventa a sua volta spietata, ormai avviata all’abbandono dei residui orpelli democratici.
Saremo chiamati a prove durissime, ma le supereremo se il messaggio di Hiroshima lo ascoltiamo e lo aggiorniamo alle nuove sfide.