Gli auspici di Rumsfeld per un altro 11/9

di Pino Cabras



Donald Rumsfeld. Fonte: Xinhua/Reuters

Era il 2006. Nello stanco mondo post 11 settembre c’era in giro poco entusiasmo per come l’Amministrazione USA si spendeva per la guerra. Un problema serio, per i fuochisti che volevano far carburare ancora i conflitti. Donald Rumsfeld, l’allora segretario della Difesa, una risposta ce l’aveva. Cosa si poteva fare? «La correzione per questo, suppongo, è un altro attacco.» Un bell’11 settembre nuovo di zecca.

Sappiamo con certezza che Rumsfeld pronunciò quella frase. Quando e dove la pronunciò?

Abbiamo già visto un’impressionante inchiesta di David Barstow sulle pagine di «The New York Times» del 20 aprile 2008 (Behind TV Analysts, Pentagon’s Hidden Hand). Barstow raccontava con centinaia di riscontri la manipolazione dei mass-media organizzata dal Pentagono lungo il primo lustro di guerra in Iraq.

Decine di analisti militari che anelavano a sontuosi appalti per conto delle industrie belliche venivano catechizzati sulle cose da dire in TV: un’infinita sequela di bugie.

L’ex segretario della Difesa e i suoi collaboratori programmavano con frequenza martellante decine e decine di riunioni, briefing, pranzi di lavoro, lettere dettagliate, blandizie, consigli amichevoli, offerte che non si potevano rifiutare. Gli analisti davano una lustratina alle loro ex stellette e soprattutto alle monete che grondavano dai nuovi sfavillanti contratti, ben nascosti al pubblico ignaro, e poi ripetevano pappagallescamente le “magnifiche sorti e progressive” della Guerra al Terrorismo imbeccate dagli uffici di Rumsfeld.

Il loro ottimismo ballista inquinava gli schermi dei principali network statunitensi, a dispetto degli enormi problemi incontrati sul terreno dalle forze armate angloamericane.

Il grande quotidiano newyorchese ha avuto successo nel far causa al Dipartimento della Difesa per riuscire ad accedere a migliaia di pagine e registrazioni che rivelano la simbiosi che ha spazzato via ogni confine tra governo e giornalismo.

È in questo contesto che – pur non potendo arrivare ancora al nucleo di certi segreti né alle “pistole fumanti” delle falsificazioni più atroci, quelle dell’11 settembre 2001 – siamo in grado però di conoscere alcune categorie fondamentali del potere di questi anni, e vedere da vicino gli “strumenti di lavoro” della Guerra al Terrorismo, in primo luogo la docile utilità strumentale del terrorismo stesso per gli scopi di Rumsfeld e i suoi sodali.

La frase rivelatrice dell’uomo che guidava il Pentagono sulla forza “correttiva” di un attacco terroristico fu il clou di una colazione di lavoro, in risposta alle dolenti considerazioni di uno degli scodinzolanti ex ufficiali che partecipavano alla sua mensa, il quale deplorava la scarsa partecipazione politica dell’opinione pubblica alle scelte dell’Amministrazione in tema di guerra.
La registrazione ci fa sentire un Rumsfeld, al solito, molto assertivo:

«Il Presidente è piuttosto la vittima di un successo. Non abbiamo avuto un attacco per cinque anni. La percezione della minaccia è cosi flebile nella società che non è sorprendente che il quadro dei comportamenti rifletta una bassa valutazione della minaccia. Accade lo stesso in Europa, dove c’è una debole percezione del pericolo. La correzione per questo, suppongo, è un attacco. E quando questo accade, ognuno risulta infervorato per un altro [parte inudibile] ed è una vergogna che non abbiamo la maturità di riconoscere la serietà delle minacce… la letalità, i massacri che possono essere inflitti alla nostra società sono così reali e presenti, e così seri, che sapete come noi lo si abbia compreso, ma la società, quanto più ci si allontana dall’11 settembre, meno… sempre meno…»

L’11 settembre non è dunque un’ossessione mia. È invece l’ossessione dei poteri che hanno egemonizzato l’Amministrazione Bush e i principali mass media, è il tema cardinale dello “stato d’eccezione” da loro voluto con tempi e ritmi di una vera rivoluzione.

Gli auspici del vecchio falco di Washington non sono da leggere come il lapsus sfuggito al cospiratore. Non è tipo da farsi mettere in castagna così, nel caso. Era invece la dottrina che delimitava il campo d’azione degli eminenti propagandisti che pendevano dalle sue labbra. Ai commensali si garantivano i migliori piatti del ristorante-mangiatoia Pentagono. A tutta la galassia di contractor che privatizzava e rendeva meno trasparente la spesa militare si assicuravano ancora lauti pasti, ma attenzione, le cucine stavano esaurendo le provviste, dovevano sapere che la loro sazietà sarebbe dipesa dall’attualità del terrorismo, dalla condivisione di azioni e reazioni che si sarebbero rette ancora sul dogma dell’11 settembre. Non è ambientino da “gole profonde”, sono voci di un coro ben guidato, che deve cantare le stesse note e non ammette dissonanze.

Poco tempo dopo queste frasi, Rumsfeld non era già più segretario della Difesa. Ma il blocco d’interessi di cui è espressione rimane ancora, e continua a prefiggersi un casus belli all’altezza dei tempi.

Le altre registrazioni:
[QUI]

Aggiornamento del 4 luglio 2008

Il presente post è stato ripreso dal sito del film ZERO
e dal sito di Megachip

3 Commenti

  1. Anonimo 06/07/2008 at 8:49

    Intanto ti segnalo un video su una preziosa testimonianza a proposito delle esplosioni al WTC7 prima del crollo delle torri, ma non la vedremo nei tg né in prima serata, quindi è come se non fosse esistita.
    Joule

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  2. Pino Cabras 06/07/2008 at 14:52

    Per Joule:
    guarda che la testimonianza che citi è già presente nel blog: è il post immediatamente precedente a questo! In ogni caso è divertente vedere due diverse traduzioni dello stesso articolo: hanno due stili molto diversi, anche se la sostanza è identica.

    Rispondi

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