Gadi Eisenkot viene presentato come l’alternativa centrista a Netanyahu. Ma è l’ideatore della dottrina Dahiya: forza sproporzionata, quartieri e villaggi spianati come “deterrenza”. Un suo governo non cambierebbe le politiche di fondo, perché Eisenkot è il frutto della società israeliana contemporanea: quella che non lascia alcuno spazio alla soggettività palestinese, costi quel che costi. Cambia lo stile, non la dottrina: perché la continuità non risiede nei premier, bensì negli apparati.
Da qui siamo partiti, con Fulvio Scaglione e Enrica Perucchietti a “Venti alle 20” su Liberti Media, per ripercorrere le pagine più scomode del rapporto tra Washington e Tel Aviv.
L’8 giugno 1967 Israele attaccò la USS Liberty: 34 marinai americani morti, centinaia di feriti, una nave da guerra impossibile da confondere con un peschereccio egiziano. È stata l’Ustica degli americani: intrecci, insabbiamenti, tasselli mancanti, nonché il presidente Johnson che fece di tutto per soffocare l’inchiesta. Perché? Perché in quel 1967 Israele stava diventando l’asset americano in Medio Oriente, e 34 morti erano un prezzo accettabile per un’alleanza di quella portata. Cinquantanove anni dopo, quella pagina resta dimenticata per pura convenienza politica.
Non parliamo dunque di un episodio, ma di un metodo. Israele è un Paese costruito attorno alla sua intelligence prima ancora che attorno allo Stato: prima i servizi, poi le istituzioni. Il Lavon Affair del 1954: bombe in Egitto da attribuire a gruppi islamisti, gli agenti scoperti “col sorcio in bocca” quando un ordigno esplode nelle mani di uno di loro. Il caso Pollard, la spia che scontò quasi 30 anni di carcere negli USA e fu poi accolta come eroe in Israele. Fino agli intrecci di oggi tra spionaggio, ricatto e finanza. Il motto storico del Mossad recitava: «Con l’inganno farai la guerra», versetto dei Proverbi. Nel 2011 l’hanno cambiato, scegliendo una formula più politically correct. Il metodo, invece, non l’hanno cambiato.
Fino agli Stati Uniti di oggi, dove USA e Israele funzionano come due poli di un medesimo apparato militare-industriale, mediatico e spionistico. Con Miriam Adelson e i suoi 106 milioni alla campagna di Trump, i Kushner e i Witkoff al centro di trame d’affari che si saldano con la governance mediorientale, e una Corte Suprema che nel 2024 ha concesso al presidente l’immunità quasi totale per gli atti compiuti in carica.
La verità, nelle relazioni internazionali, arriva solo quando non è più politicamente scomoda. Il nostro mestiere è accorciare quell’attesa.