Sì, è vero, a Washington “è asciuto pazzo ‘o padrone”, direbbero a Napoli. Ed è un problema immediato, come lo sarebbe una miccia corta accesa in un deposito di esplosivi. Pensi a quella miccia, il problema di adesso, e giustamente tralasci altre riflessioni.
Ma c’è un problema meno immediato, costituito proprio dall’esistenza stessa di quel deposito e di tutto un sistema che ne fa uso e non da oggi.
Martin Luther King Jr., nel 1967, non era l’icona addomesticata che molti hanno poi costruito dopo la sua morte. Era una voce scomoda, capace di mettere in discussione il cuore del potere. In piena guerra del Vietnam disse:
«e giustamente — e il Vietnam? Si chiedono se la nostra stessa nazione non stesse usando massicce dosi di violenza per risolvere i propri problemi, per ottenere i cambiamenti che voleva. Le loro domande colpivano nel segno, e sapevo che non avrei mai più potuto alzare la voce contro la violenza degli oppressi nei ghetti senza aver prima parlato chiaramente al più grande dispensatore di violenza nel mondo di oggi: il mio stesso governo. Per il bene di quei ragazzi, per il bene di questo governo, per il bene delle centinaia di migliaia che tremano sotto la nostra violenza, non posso restare in silenzio.»
Parole che non riguardano solo una guerra lontana nel tempo, ma una struttura di potere che tende a riprodursi, adattandosi ai contesti, cambiando volti (oggi quello grottesco e osceno dell’attuale inquilino della Casa Bianca) ma non logica.