Sul Washington Post dell’8 aprile compare un editoriale firmato da Marc A. Thiessen, dal titolo “Iran thinks it has leverage. Here’s how Trump can prove it wrong”, ossia: “L’Iran pensa di avere una leva negoziale. Ecco come Trump può dimostrargli che si sbaglia”.
Il pezzo compare su una delle testate più rappresentative dell’establishment americano e Thiessen non è un opinionista qualsiasi. A suo tempo, scriveva i discorsi di Donald Rumsfeld — il superfalco del Pentagono negli anni della guerra in Iraq — e poi quelli di George W. Bush nei tornanti più caldi della “guerra al terrore”. È uno dei tecnici della retorica che ha contribuito a costruire per un quarto di secolo quella stagione di interventi militari presentati come necessità strategiche e poi rivelatisi catastrofi a largo raggio (ma non per i produttori di armi).
Il passaggio centrale dell’articolo merita di essere citato per intero:
«Quarto, condurre una raffica finale di attacchi mirati contro la leadership, eliminando i funzionari iraniani che erano stati risparmiati ai fini dei negoziati. Bisogna far capire ai leader iraniani che le loro vite dipendono letteralmente dal raggiungimento di un accordo negoziato gradito a Trump. Se si rifiuteranno di farlo, saranno uccisi.»
Poche chiacchiere. Thiessen propone, con linguaggio piano e manageriale, che gli Stati Uniti usino la minaccia di morte come strumento ordinario di negoziazione diplomatica. Lo scrive su un giornale, con nome e cognome, e il giornale lo pubblica.
Quello che colpisce non è la brutalità in sé – la politica americana ha una lunga storia di assassinii mirati, da Lumumba a Soleimani, per non parlare di tutte le vendette consumate, da Saddam a Milosevic a Gheddafi – quanto la disinvoltura con cui viene formulata. L’omicidio politico non figura come “extrema ratio”, bensì come quarto punto di una lista di raccomandazioni, con lo stesso tono con cui si suggerisce una mossa commerciale. È stata metabolizzata l’idea che eliminare fisicamente dirigenti di altri paesi sia un’opzione legittima, perfino rispettabile.
Tutto questo arriva mentre la posizione americana nei confronti dell’Iran è tutt’altro che di forza: Washington non ha piegato Teheran, i margini di errore si sono ridotti, e in questo contesto la vecchia scuola neocon torna a offrire la stessa ricetta — escalation, coercizione, minaccia esistenziale — che negli ultimi venticinque anni ha prodotto instabilità su instabilità.
Il fatto che queste idee trovino spazio come normale contributo al dibattito su una testata di impatto mondiale dice qualcosa sul perimetro di ciò che, nel cuore del potere americano, è considerato dicibile.
Sul Washington Post: se non firmate vi ammazziamo