La troppo lunga carriera politica di Orbán alla fine si è logorata. Un colpo decisivo è stato dato dalla sua ostentata vicinanza con la classe dirigente trumpiana e con Bibi il genocida, che in questo momento repellono masse di elettori, specie fra le classi di età più giovani, che sul tema fiutano un pericolo esistenziale profondo. Persino il recente referendum costituzionale italiano, pur riferito a un tema specifico sull’ordine giudiziario, è stato usato con urgenza da una parte dei cittadini per punire il governo per la sua posizione su Gaza.
Paradossalmente tuttavia la sconfitta di Orbán rischia di dare nuova linfa al partito del riarmo europeo e della contrapposizione militare alla Russia. Il premier uscente ungherese si è infatti sempre opposto al flusso immane di risorse e armi verso il regime di Kiev, con alcuni veti che giustificava sempre in modo accorato denunciando gli immensi rischi di guerra e penuria a cui siamo sempre più esposti.
Il vincitore Magyar sarà più accomodante con le classi dirigenti europee, ma nemmeno lui potrà ignorare i dati materiali e geografici, il bisogno di continuare ad avere il petrolio russo per non crollare. E dati i risvolti drammatici della crisi mediorientale, pronta a innescare una gravissima crisi energetica, anche il resto d’Europa riscoprirà la geografia e i fornitori inevitabili, volente o nolente. Potranno anche dannare la memoria di Orbán, ma su questo finiranno per rispolverare il suo ordine del giorno, se non vorranno una recessione devastante e incontrollabile.
Orbán cade, ma torna la geografia: tra riarmo europeo e dipendenza energetica