Deindustrializzazione, Riarmo, Guerra: il piano che nessuno nomina

Per molti anni ci hanno voluto abituare a pensare che le sanzioni contro i russi fossero strumenti temporanei: una forma di pressione economica per ottenere un cambiamento politico e poi, eventualmente, riaprire una stagione di dialogo. Era una bugia. Non dico una previsione errata, non dico una valutazione sbagliata: era proprio una bugia consapevole, funzionale a un progetto che – ovviamente – non aveva nulla a che fare con la pace.
Cosa accade quando le sanzioni si protraggono all’infinito, si moltiplicano anche in assenza dei risultati dichiarati e finiscono per investire ogni ambito dei rapporti tra due mondi? Non vengono colpiti soltanto gli scambi commerciali o i flussi energetici. Si indeboliscono le relazioni accademiche, si interrompono collaborazioni scientifiche, si riducono gli spazi culturali condivisi, si scoraggiano gli incontri, i viaggi, le esperienze comuni. Si restringe progressivamente il numero delle persone che, da entrambe le parti, hanno interesse, memoria o persino immaginazione di una possibile normalizzazione.
Le sanzioni, col tempo, producono chi ci guadagna a mantenerle. Le filiere economiche si riorganizzano intorno al regime sanzionatorio, nascono interessi consolidati nella sua conservazione, e gli obiettivi dichiarati diventano sempre meno rilevanti rispetto alla logica interna del sistema. Non sono più strumenti in vista di un fine: diventano fini a sé stessi. Il caso cubano è lì a dimostrarlo da oltre sessant’anni.
Ma il punto vero è un altro. Le sanzioni non vivono da sole: sono la componente ideologica e psicologica di un processo molto più vasto e molto più pericoloso. Quello che sta accadendo in Europa si presenta ipocritamente come una risposta emergenziale a una crisi. Falso. È una ristrutturazione deliberata del continente intorno alla logica della guerra permanente.
Il riarmo massiccio oggi imposto agli europei – crescenti percentuali del PIL strappate ai bilanci sociali, commesse miliardarie consegnate all’industria bellica americana, investimenti pubblici dirottati verso sistemi d’arma – non è neutro dal punto di vista economico e sociale. Comporta deindustrializzazione civile, erosione della base produttiva che per decenni aveva sostenuto il benessere delle classi medie europee. Quelle classi medie che si stanno già assottigliando, schiacciate tra inflazione, precarietà e tagli ai servizi. Il riarmo accelera questo processo: toglie risorse agli investimenti, alla sanità, all’istruzione, alla transizione energetica, alle infrastrutture. Trasferisce ricchezza verso settori che non producono benessere diffuso ma concentrano profitti in poche mani. Mani che controllano le banche e attraverso di esse i media, per dire.
E mentre le tasche si svuotano, le libertà si restringono. L’autoritarismo cresce attraverso la narrazione bellicista. Il dissenso viene patologizzato: chi chiede la pace è un utile idiota, un agente straniero, un putiniano. Chi mette in discussione l’ortodossia atlantista rischia l’emarginazione professionale, la gogna mediatica, in alcuni Paesi già conseguenze legali. La guerra, anche quando non si combatte sul proprio suolo, ha bisogno di disciplina interna. E la disciplina interna ha bisogno di nemici. Gli esponenti del Partito del Riarmo sono quelli che di fronte alla cosa che un tempo era la più normale del mondo, ossia viaggiare e magari viaggiare in Russia, oggi creano sempre più occasioni per legittimarsi con una domanda assurda: perché parli con i russi, che ci facevi in Russia?
I punti di contatto tra i popoli non crollano tutti insieme. Si consumano poco alla volta, finché ciò che un tempo appariva come una frattura contingente diventa la nuova normalità. Chi ricorda la stagione degli scambi universitari, delle coproduzioni culturali, delle partnership scientifiche nate dopo il 1991, appartiene a una generazione che invecchia. I più giovani conoscono solo l’estraneità, e rischiano di scambiarla per una condizione naturale, o peggio, per una necessità morale.
Nel frattempo, i rischi concreti di un’escalation militare lungi dal diminuire, aumentano. Ogni gradino di escalation viene presentato come l’ultimo, necessario e proporzionato. Ma non esiste un ultimo gradino in una logica che non prevede la de-escalation. Esiste solo il prossimo. Non esiste la retromarcia, né il freno: l’auto punta sul muro, con tutti noi passeggeri a bordo.
La domanda da porsi non è più se stiamo costruendo le condizioni per una futura pace europea. Quella stagione è già stata smantellata, pezzo per pezzo, con metodo. La domanda è se esiste ancora, in Europa, una forza politica capace di dire la verità: che questo percorso non porta alla sicurezza, porta alla catastrofe. Che il riarmo impoverisce i popoli e arricchisce chi ha già tutto. Che la separazione permanente tra europei e russi non è un effetto collaterale della guerra, ma uno degli obiettivi del progetto.
Perché ricostruire un gasdotto può richiedere un certo tempo. Ricostruire la fiducia tra i popoli può richiederne molto, troppo di più. Ma prima ancora bisogna volerla ricostruire. E chi oggi comanda in Europa quella volontà non ce l’ha proprio e non la vuole. Preferisce il muro. Con tutti noi dentro l’auto.
Da queste parti sembrano dirci: piciernizzatevi, calendizzatevi, melonizzatevi.
L’alternativa esiste: opporsi al Partito del Riarmo e costruire una forza della pace, della distensione europea, della coesistenza pacifica e della rinascita produttiva del continente.

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