The Donald dice che Meloni l’ha “implorato” per uno scatto, e l’Italia intera si stringe attorno alla premier offesa che lo smentisce. Maggioranza e opposizione, La Russa e Renzi, Mattarella e Conte, più tutta la vannacceria assortita. Tutti avvolti da un tricolore fresco di stampa: unanimi nel respingere l’insulto, tutti a giurare che «l’Italia non implora mai».
Quanta schiuma fanno. E quanto silenzio su ciò che conta.
Perché lo scontro non è mica stato una questione di toni: è un richiamo all’ordine a un paese che si svena per gli americani, ma mai quanto questi pretendono in base alle esose percentuali della tangente NATO. Da Washington il messaggio è identico da un bel po’ di tempo, chiunque sia il presidente USA: più armi, più spese, più obbedienza. Cambia magari la liturgia, non la richiesta del pizzo da parte di Washington. Alla Casa Bianca hai Obama o Biden o Trump, ma non varia la sostanza.
E la sostanza recente, di cui nessuno parla, è questa: sotto questo governo abbiamo comprato armi e gas americani a carissimo prezzo; abbiamo aperto a BlackRock (la più grande società di gestione di investimenti del mondo) i gangli strategici del Paese, fino a rinunciare ai poteri speciali su Leonardo e lasciarla diventare l’azionista decisivo dell’intero Risiko bancario, da UniCredit a Mps, da Mediobanca a Generali; abbiamo consegnato la rete TIM (cioè le autostrade digitali su cui viaggia il Paese con tutti i nostri dati sensibili) al fondo americano KKR, di cui è partner e presidente del Global Institute l’ex direttore della CIA David Petraeus; e abbiamo spalancato a Israele la nostra filiera della sicurezza informatica – per decreto – dallo spyware in dotazione ai servizi alle premialità negli appalti pubblici.
E abbiamo lasciato che i nostri centri storici diventassero una macchina estrattivista: le case strappate ai residenti e consegnate alle piattaforme americane del soggiorno breve – Airbnb, Booking, in mano ai soliti grandi fondi – che a ogni notte drenano oltreoceano quote crescenti del valore prodotto qui. Hanno già cambiato l’anima delle nostre città e si stanno scaldando per finire il lavoro.
Su questo, il silenzio è bipartisan. Ci si accapiglia sulla parola “implorare”; non sul fatto che un’intera repubblica abbia smesso di decidere per sé. Patrioti per una foto, vassalli nei fatti. Larry Fink può dormire fra due guanciali.
Non mi concentro dunque sul fatto che Trump sia stato sgarbato e inattendibile (sai che novità). Mi concentro semmai a chiedere: in quali mani, davvero, è il nostro popolo? La domanda che i patrioti di cartone non si pongono.