𝟭. 𝗜𝗹 𝗳𝗮𝗹𝘀𝗼 𝗺𝗲𝘀𝘀𝗶𝗮 𝗴𝗿𝗼𝘁𝘁𝗲𝘀𝗰𝗼
Nella tradizione apocalittica cristiana l’Anticristo è spesso immaginato come una figura di fascinazione terribile: elegante, seduttiva, capace di imitare il sacro, usurpare l’autorità e piegare le masse con il carisma dell’inganno. Ma se proviamo a leggere Donald Trump alla luce di alcune sue recenti posture pubbliche – l’attacco volgare contro papa Leone XIV, la teatralizzazione dell’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, l’autoproclamazione parodica a nuova “Guida Suprema” – emerge una figura diversa: non il falso messia ieratico e magnetico, bensì un Anticristo grottesco, clownesco, repellente, lunatico. Una caricatura apocalittica che appartiene più al regno del kitsch che a quello della sublime tenebra.
𝟮. 𝗜𝗹 𝗗𝗮𝗷𝗷𝗮𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗴𝗮𝗻𝗻𝗼
In tempi di Iran e ayatollah, questa deformazione trumpiana diventa ancora più interessante se la si accosta alla figura del Dajjal nella tradizione sciita. Nello sciismo duodecimano, il Dajjal non è soltanto un individuo mostruoso: è il grande impostore escatologico, il culmine della “fitna”, colui che confonde verità e menzogna e che può anche manifestarsi come sistema di inganno collettivo, politico e spirituale. In molte interpretazioni sciite contemporanee il Dajjal non è necessariamente un tiranno con sembianze demoniache: può essere una civiltà dell’inganno, un ordine simbolico fondato sulla manipolazione percettiva, sull’inversione dei significati, sulla spettacolarizzazione della menzogna.
𝟯. 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗗𝗮𝗷𝗷𝗮𝗹 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗺𝗼𝗱𝗲𝗿𝗻𝗼
Ed è qui che Trump appare quasi come una figura da Dajjal postmoderno: laddove ci aspetteremmo che dominasse attraverso la compostezza imperiale, lo vediamo ingombrare tutto lo spazio pubblico attraverso il caos mediatico; non fonda la propria autorità sulla maestà, bensì sulla saturazione dello spazio simbolico con rumore, insulti, provocazioni, auto-investiture sacrileghe. Dove l’Anticristo classico seduce con il fascino, questo Dajjal caricaturale seduce con la continua destabilizzazione: è il trionfo dell’inganno come spettacolo permanente. Una metastasi scurrile di un reality show insieme goffo e tragico, puerile e predatorio, ossessivo ed eccessivo.
𝟰. 𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗻𝗲𝘃𝗮𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗮𝗻𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲
Nella prospettiva sciita il Dajjal precede la manifestazione del Mahdi (il dodicesimo Imam occultato, che torna per ristabilire la giustizia prima della fine dei tempi) e diffonde corruzione spirituale proprio perché rende indistinguibili il vero e il falso. Trump, in questa chiave metaforica, sembra incarnare una variante paradossale di quella funzione: non un dominatore luciferino impeccabile, ma un sopraffattore farsesco che trasforma il potere in parodia sacrilega. In termini culturali, potremmo dire che Trump assomiglia meno al “principe delle tenebre” tradizionale e più a una figura carnevalesca descritta da Michail Bachtin: il sovrano grottesco che degrada ogni gerarchia, compresa la propria. Proprio questa goffaggine repellente lo rende inquietante: non perché imponga un ordine satanico coerente, ma perché dissolve i codici simbolici che distinguono il tragico dal ridicolo. Un buffone che non lascia mai il palco, un carnevale che si trascina tutto l’anno e ingloba ogni altra cerimonia.
𝟱. 𝗟’𝗔𝗻𝘁𝗶𝗰𝗿𝗶𝘀𝘁𝗼 𝗖𝗶𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼𝗻𝗲
In fondo, il tratto forse più perturbante è questo: un Anticristo Cialtrone è più difficile da decifrare, perché si presenta come farsa mentre produce effetti realissimi. Non veste i panni dell’Anticristo raffinato di Vladimir Solov’ëv o o di Robert Hugh Benson; è invece una figura da apocalisse postmoderna.
Quando attacca il papa, non si limita a colpire soltanto una persona: attacca un principio di autorità spirituale alternativo al proprio culto della personalità e lo rivendica. Quando si autoproclama “Guida Suprema”, non esercita solo blasfemia politica: mette in scena l’appropriazione clownesca di un titolo sacro, riducendolo a brand personale. Se questi comportamenti si ripetono, c’è dietro una forma mentis e un mondo occulto che l’asseconda.
𝟲. 𝗟’𝗔𝗻𝘁𝗶𝗰𝗿𝗶𝘀𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗲𝗽𝗼𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗹𝗴𝗼𝗿𝗶𝘁𝗺𝗼
Questa figura ha qualcosa di profondamente contemporaneo: è l’Anticristo nell’epoca dei social, il Dajjal nell’età dell’algoritmo e dell’IA. Il suo scopo non consiste nel persuadere con profondità teologica o con visione imperiale. La persuasione vuole semmai agire svuotando il linguaggio, convertendo ogni simbolo in meme, e perfino ogni tragedia – financo il genocidio e l’olocausto nucleare – in reality show. In altri termini, è una figura che non ha l’urgenza di instaurare un ordine satanico coerente. Gli preme piuttosto dissolvere i codici che distinguono il tragico dal ridicolo, il sacro dal profano. E non gli interessa nemmeno alcuna distinzione fra verità e messinscena.
Ed è forse proprio questa la sua forma più inquietante. Il Dajjal classico inganna promettendo miracoli; il Dajjal postmoderno inganna ridendo, insultando, improvvisando. Non appare come il principe delle tenebre, ma come il pagliaccio che sale sul trono e, proprio per questo, riesce a profanare tutto. In lui l’apocalisse non si presenta come grandiosa rivelazione finale, ma come farsa permanente: una fine dei tempi recitata in diretta televisiva, tra slogan, volgarità e narcisismo assoluto. Impulsivo, senza nessuna glaciale “gravitas”.
𝟳. 𝗜𝗹 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗼 𝘁𝗲𝗻𝗲𝗯𝗿𝗼𝘀𝗼: 𝗕𝗶𝗯𝗶 𝗶𝗹 𝗚𝗲𝗻𝗼𝗰𝗶𝗱𝗮
In questo teatro apocalittico deformato, il lato propriamente tenebroso – quello che nelle iconografie tradizionali appartiene al principe oscuro, freddo e coerente – sembra invece concentrarsi in Bibi il Genocida, figura assai più vicina al paradigma del sovrano dell’ombra che non al buffone escatologico. Se Trump incarna il Dajjal farsesco, rumoroso, clownesco, l’attuale guida del Sionismo Reale appare come il volto di ghiaccio e metodico della tenebra politica: mai caos caricaturale, solo pianificazione lucida della devastazione. Non è casuale che egli attribuisca alle sue campagne militari nomi intrisi di simbolismo escatologico, come “Oscurità eterna”, formula che trasforma la guerra in teologia della punizione e conferisce al crimine una veste quasi metafisica. Quando applica in Libano il “metodo Gaza”, esportando una logica di annientamento sistematico, il suo linguaggio rivela un immaginario che non si limita alla brutalità militare: lo sacralizza come destino.
𝟴. 𝗟𝗮 𝘁𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗿𝗼𝘃𝗲𝘀𝗰𝗶𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮
Ancor più rivelatori sono quei suoi riferimenti – che emergono in dichiarazioni e allusioni pubbliche – in cui il Cristo inerme viene implicitamente deriso come simbolo di impotenza, contrapposto all’efficacia armata di Gengis Khan, evocato di fatto come modello di un messia spietato capace di dominare attraverso la forza assoluta. Qui si intravede una teologia rovesciata: non è compito del messianismo la redenzione, ma la vendetta storica; dunque non si fonda tanto sul sacrificio, quanto sullo sterminio esemplare. E quando il Boia del XXI secolo lascia filtrare il sogno di una rivincita su Roma – intesa non solo come potenza storica ma come matrice della cristianità universale – si profila un immaginario di ‘revanche’ escatologica che salda nazionalismo radicale, militarismo biblico e pulsione imperiale. In questo schema, Trump è il giullare che sconsacra il trono; il Tiranno di Tel Aviv è colui che, nel buio, prepara il culto feroce del trono stesso. Una minaccia che non si nasconde più.
𝟵. 𝗣𝗲𝘁𝗲𝗿 𝗧𝗵𝗶𝗲𝗹 𝗲 𝗹𝗼 𝘀𝗱𝗼𝗴𝗮𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗻𝘁𝗶𝗰𝗿𝗶𝘀𝘁𝗼
Un ulteriore elemento rende oggi particolarmente feconda la chiave interpretativa sciita del Dajjal: il fatto che la tematica anticristica non sia più confinata ai margini dell’immaginario religioso, ma venga ormai esplicitamente sdoganata dentro il cuore stesso dell’élite tecnopolitica occidentale. Il caso Peter Thiel – protettore e forse puparo del vicepresidente Vance – è emblematico. Come abbiamo visto in occasione della sua strana visita romana, Thiel non usa più il lessico dell’Anticristo come metafora remota o allegoria letteraria: lo assume come categoria operativa per leggere il presente, identificando l’Anticristo con chiunque ponga limiti al progresso tecnologico illimitato: regolatori, organismi multilaterali, fautori del diritto internazionale, perfino i sostenitori della pace negoziata.
In questa inversione, il male non coincide più con la “hybris” tecnica o con il dominio algoritmico, ma con chi tenta di frenarlo.
𝟭𝟬. 𝗜𝗹 𝗗𝗮𝗷𝗷𝗮𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮
È precisamente questo rovesciamento che rende sorprendentemente attuale la lettura sciita del Dajjal come “civiltà dell’inganno”: non un mostro apocalittico in senso folklorico, ma un ordine simbolico capace di manipolare la percezione collettiva, invertire i significati morali e trasformare la menzogna in spettacolo normativo. Quando i profeti della Silicon Valley arrivano a presentare la deregolazione assoluta come salvezza e la pace come sospetto segno anticristico, il Dajjal smette di apparire come figura mitologica e si rivela come struttura sistemica del nostro tempo: una macchina culturale che converte la guerra in un business plan, intanto che ci promette la sorveglianza assoluta e il controllo digitale integralista come una redenzione. A quel punto l’Apocalisse può presentarsi come un modello di profitto. L’Anticristo come sistema può accontentarsi di un avatar in forma di Anticristo-macchietta che twitta come un babbuino alla Casa Bianca, a suo modo degno successore del fantasma Biden.
Trump: il tragico brand dell’Anticristo-macchietta