Quando un movimento sceglie la strada collettiva

Agorà ha pubblicato la sua analisi della gestione pandemica. Vi invito a leggerla per intero, perché è un documento che segna un passaggio politico raro.
Raro non tanto per i contenuti – l’asimmetria tra chi esercitò la costrizione e chi la subì, il ricatto del Green Pass, la subordinazione delle istituzioni alle multinazionali del farmaco, il filo che lega la militarizzazione della profilassi alla normalizzazione della guerra – quanto per il metodo. Questa non è l’opinione di un singolo, soggetta ai ripensamenti della persona: è una posizione entrata nel patrimonio costitutivo di un movimento, nero su bianco, in un documento collettivo. È diventata, per usare un linguaggio da giuristi, il suo “acquis”: ciò che è acquisito e non si ridiscute a ogni stagione.
E questo spiazza. Spiazza chi ha costruito la propria rendita politica inchiodando il mondo a una fotografia del passato, al tempo in cui certe verità non riuscivano a circolare oltre una cerchia di persone coraggiose. Quelli che hanno già accatastato la legna in piazza e aspettano solo di gettare la torcia: a loro nessun ripensamento basterà mai, perché non cercano la verità, cercano il rogo. Il professor D’Orsi – fondatore generoso di Agorà, non padrone dei pensieri e delle prassi che ha favorito far emergere – ha accompagnato questo passaggio con parole personali di un’onestà intellettuale che in politica si vede di rado. Chi le liquida, si qualifica da solo.
Per chi viene da un percorso che su questi temi non ha mai ammainato la bandiera – penso alla comunità di Democrazia Sovrana Popolare, e a quanti pagarono di persona quando tenere il punto costava caro – questo documento è una notizia enorme. Significa che quelle battaglie hanno esercitato egemonia nel senso più pulito, argomentato e morale del termine: non hanno piegato nessuno, perché semmai hanno convinto. È così che si misura la forza vera delle idee: quando diventano patrimonio anche di chi partiva da altre sponde.
La storia insegna che i grandi cambiamenti funzionano così. La caduta del fascismo e la costruzione della Repubblica democratica non furono opera dei soli, pochissimi, che avevano avuto ragione dal primo giorno: furono possibili perché masse di persone – operai e intellettuali, dirigenti e gente comune – maturarono un cambio di visione profondo, attraversando criticamente il paradigma dentro cui erano cresciute. Gramsci direbbe che l’egemonia si conquista esattamente lì: non nel recinto dei già convinti, ma nella coscienza di chi cambia. Guai a noi se avessimo chiesto, allora, la purezza retroattiva come biglietto d’ingresso nella democrazia.
Vale oggi. Il Partito del Riarmo e il partito che blatera di “era delle pandemie” sono in realtà lo stesso partito, con gli stessi azionisti: nelle fabbriche d’armi, nelle industrie della comunicazione, nelle conglomerate farmaceutiche. Per batterlo serve una forza larga, capace di accogliere chi arriva, non certo un tribunale permanente che processa chi è arrivato “tardi”. A chi guarda a questa base come a un terreno solido per costruire, questo documento non può che far piacere: sconvolge i paradigmi e porta nuove forze dalla nostra parte.
Le idee giuste, quando sono davvero giuste, prima o poi diventano maggioranza. Il nostro compito è farla contare.
 
SEGUE:
 
GESTIONE DELLA PANDEMIA COVID-19: L’ANALISI DI AGORÀ
• La stagione pandemica è stata una stagione di rottura. Persone che si sono fidate di fonti diverse sono giunte a forme di incomprensione reciproca, fino all’odio.
In quel contesto di frattura sociale, tuttavia, c’è stata una fondamentale asimmetria di responsabilità, perché alcuni hanno esercitato costrizione, altri l’hanno subita.
Una minoranza della popolazione ha subito forme di mobbing, è stata additata come untrice se non come assassina, è stata condannata alla morte sociale, esclusa da ogni luogo pubblico, ha perduto il salario o persino il lavoro.
Altri, che, in buona fede, hanno creduto ai messaggi dall’alto, o obtorto collo hanno ceduto al ricatto, per salvare lavoro, ne sono usciti con danni fisici che ancora oggi faticano ad essere riconosciuti dalle istituzioni.
• Ai medici curanti veniva sostanzialmente interdetto di fornire esenzioni, anche in presenza di chiare controindicazioni. I fogli di accompagnamento dei vaccini mancavano – per la rapidità dell’approvazione emergenziale – di informazioni decisive relativamente a interazioni con altri farmaci, effetti su altre patologie o condizioni (come la gravidanza), ecc. e tuttavia questa mancanza di informazione non era mai ritenuta ragione sufficiente per esentare dall’inoculazione.
Le istituzioni – come emerso anche recentemente nei lavori della Commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria – hanno costantemente omesso informazioni, sviato l’opinione pubblica e sollevato da responsabilità tutta la catena degli inoculi, dalle case farmaceutiche ai vaccinatori. Questo sta emergendo anche negli Stati Uniti dove è stato posto sotto accusa il responsabile sanitario, dr. Fauci, accusato di aver deliberatamente nascosto le conoscenze acquisite sulla genesi del coronavirus nel laboratorio di Wuhan in Cina, mentre sempre più insistenti si fanno le voci su un ruolo attivo dell’Ucraina nella creazione del virus nei diffusi laboratori segreti, coperti dagli “alleati” occidentali.
I cittadini sono stati costretti a sottoscrivere un documento che sollevava da ogni responsabilità quegli stessi soggetti che li costringevano a subire un intervento sanitario indesiderato (un consenso informato che di fatto non era né consensuale, né informato). La paura costruita ad arte insieme al ricatto sul posto di lavoro o a scuola finiva per vincere i dubbi e le esitazioni.
I dati disponibili e i dubbi leciti furono silenziati dalle istituzioni, che sono riuscite nell’intento di tenere una gran parte della popolazione all’oscuro.
• Al tempo alcuni sapevano, ma molti non sapevano, ciò che oggi è acclarato, ovvero:
1) che i farmaci somministrati presentavano profili di rischio in gran parte ignoti (due dei quattro farmaci che appartenevano inizialmente al novero delle opzioni vaccinali sono stati addirittura ritirati dal mercato);
2) che quelle somministrazioni non garantivano automaticamente la protezione verso terzi (non bloccavano la trasmissione).
Questi due dati danno oggi piena ragione a chi contestava il Green Pass, la cui ipotetica funzione sarebbe stata quella di impedire la propagazione virale. E oggi sappiamo che il GP insieme a una militarizzazione della profilassi, sono stati anticipazioni di una sorta di stato di guerra, che ci ha preparato all’attuale normalizzazione del conflitto militare, anche nelle forme estreme del conflitto termonucleare.
• Nella vicenda pandemica è emerso in forma estrema un processo che Agorà denuncia con forza: la subordinazione delle istituzioni pubbliche agli interessi delle grandi multinazionali del farmaco e, più in generale, dei gruppi privati che da oltre vent’anni promuovono lo smantellamento progressivo della sanità pubblica. La gestione dell’emergenza ha mostrato come una parte significativa della comunità medicoscientifica sia stata resa dipendente da flussi finanziari, consulenze, contratti di ricerca e incentivi economici legati ai prodotti delle stesse industrie di cui doveva valutare l’efficacia e la sicurezza, con un danno di lungo periodo alla credibilità dell’intero sistema agli occhi dei cittadini.
In Italia, ad esempio, gli accordi regionali e aziendali hanno previsto specifiche remunerazioni per ogni dose di vaccino Covid somministrata dai medici di medicina generale, accompagnate dall’impegno alla promozione attiva della vaccinazione verso gli assistiti. Non è l’esistenza di un compenso in sé a costituire un abuso, quanto il fatto che tali meccanismi economici siano stati inseriti dentro un contesto di ricatto legale e sociale – sospensioni dal lavoro, esclusione dai luoghi pubblici, negazione di esenzioni anche in presenza di controindicazioni – che ha trasformato questi incentivi in leve di pressione su una popolazione privata di un’informazione onesta, anche quando non ancora completa, su cui poter basare una effettiva libertà di scelta.
Sul piano europeo, il cosiddetto “Pfizergate”, relativo agli scambi di messaggi tra la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il CEO di Pfizer per la negoziazione di contratti miliardari di vaccini, è divenuto simbolo di questa opacità: il Tribunale dell’Unione Europea ha censurato la Commissione per non aver garantito un accesso trasparente a quella corrispondenza, mettendo in luce l’insufficienza delle spiegazioni fornite sull’irreperibilità degli SMS e sulla loro eventuale cancellazione. Il fatto che decisioni di enorme impatto economico e sanitario siano state negoziate tramite canali personali non documentati, fuori da ogni effettivo controllo democratico, rafforza la percezione di una “governance” globalista e privatistica che tende a espropriare i popoli e i parlamenti delle scelte fondamentali in materia di salute e bilancio pubblico.
Agorà combatte questo disegno in ogni ambito: nella sanità, nella scuola, nel lavoro, nella gestione delle crisi economiche e belliche. La stagione pandemica non è stata un incidente isolato, ma una tappa paradigmatica di un metodo di governo fondato su “emergenze” vere o spesso presunte, gestite in modo opaco, sul ricatto istituzionale, sulla trasformazione di diritti fondamentali (alla salute, al lavoro, alla mobilità) in favori concessi in cambio dell’obbedienza a protocolli decisi da élite politicofinanziarie transnazionali. In questo senso la nostra critica alle politiche vaccinali non è affatto un rifiuto della medicina in quanto tale, o un atteggiamento antiscientifico, ma una denuncia della colonizzazione privatistica della medicina e della sanità, che intendiamo contrastare rivendicando una sanità realmente pubblica, trasparente, radicata nei territori e libera da condizionamenti industriali.
• Quest’esperienza storica deve rimanere ben presente a tutti noi come monito a non ripercorrere più simili strade. Ma deve anche metterci in guardia rispetto a meccanismi coattivi analoghi, che potrebbero essere messi in campo a fronte di minacce di natura diversa, non più di indole sanitaria, ma terroristica, bellica, ecc.
Quest’esperienza storica, e la frattura sociale che ne è seguita, non deve però impedirci di unire gli sforzi per rovesciare quei nuclei di potere, opachi e manipolatori, che sono stati ieri responsabili dell’infame gestione pandemica e che oggi ci preparano orizzonti di guerra.
 
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Segue la Dichiarazione del fondatore di Agorà, professor Angelo d’Orsi.
«In piena emergenza pandemica, di fronte alla morte di persone a me care, ho sostenuto con convinzione l’uso esteso dei vaccini disponibili, pur consapevole dei rischi di effetti collaterali, che però ritenevo inferiori a quelli del virus. Oggi, alla luce di quanto sappiamo sui limiti di quei prodotti, sulle omissioni informative e sulle forme di ricatto giuridico e sociale esercitate attraverso strumenti come il Green Pass, riconosco che quella posizione peccava di eccesso di fiducia in una scienza tutt’altro che onesta, anche se ritenevo, alla luce di dialoghi intensi con giuristi e filosofi, che in situazioni di effettivo pericolo collettivo, le libertà personali possano essere temperate dalle necessità della salute pubblica. Ma quel pericolo venne esaltato ed esagerato anche per testare le forme di reazioni della popolazione, in vista di futuri scenari di conflitto d’ogni genere.
La mia scelta personale fu condizionata da paura e urgenza, specie per chi mi era accanto, anziani e minori, non certo da adesione a un modello di gestione emergenziale che discrimina i cittadini e rafforza la subordinazione della sanità pubblica alle multinazionali del farmaco. Questo modello, che ha colpito duramente una minoranza di non vaccinati e ha leso il consenso informato di tutti, è oggi oggetto della nostra critica politica e non può essere riproposto. Io stesso, scrissi nello stesso anno 2020 dei testi in cui esprimevo malgrado tutto dubbi e soprattutto criticavo la gestione politica della pandemia.
È altrettanto chiaro che la tragedia del Covid è stata aggravata pesantemente da decenni di tagli ai posti letto ospedalieri e al finanziamento della sanità pubblica: in vent’anni l’Italia ha perso decine di migliaia di posti letto, scendendo da quasi 4,7 a poco più di 3 letti per mille abitanti, e i sindacati medici hanno mostrato come la scarsità di posti letto sia correlata a un aumento significativo della mortalità durante la prima ondata. Una triste pratica che è proseguita e prosegue ben oltre “l’emergenza Covid” e ne sono stato personalmente colpito negli affetti più cari, come ho dichiarato nella relazione che ha aperto l’Assemblea Nazionale di Agorà del 27 giugno 2026.
Il punto politico non è opporre “No-vax” a “Sì-vax”, ma rifiutare un modello di governo delle “emergenze” che scarica sui cittadini le scelte sbagliate operate in nome del risparmio e della privatizzazione, e che usa la paura e la coercizione per coprire responsabilità strutturali di chi ha smantellato la sanità pubblica.
Su questo terreno Agorà, a partire dai due documenti fondativi da me stesso redatti (datati 25 aprile e 2 giugno) è oggi impegnata a costruire una linea chiara e condivisa, rifiutando ogni guerra di religione, e invitando all’unità contro il ventre che ha generato tutto questo, il neoliberismo. Sulla critica del neoliberismo, del turbocapitalismo e delle istituzioni che lo sorreggono, UE e NATO, in difesa di una Italia libera, sovrana, autenticamente democratica, sorretta da istituzioni politiche, educative, sanitarie pubbliche e nazionali, Agorà, a partire dal sottoscritto, intende battersi con la massima decisione.»

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