Gabriele Guzzi: un contenuto che merita attenzione e discussione

 
Gabriele Guzzi ha pubblicato il 6 giugno su 𝐼𝑙 𝐹𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑄𝑢𝑜𝑡𝑖𝑑𝑖𝑎𝑛𝑜 un articolo che affronta con rara serietà analitica la questione del ruolo geopolitico della Repubblica italiana. Non retorica pacifista, non subalternità atlantista: una proposta articolata, concreta, storicamente fondata: quattro pilastri per fare dell’Italia una vera potenza della pace.
Lo condivido integralmente perché nei prossimi giorni, proprio mentre si intensifica la raccolta firme per la proposta di legge sulla neutralità dell’Italia, pubblicherò una serie di approfondimenti su ciascuno dei temi che Guzzi tocca: dal diritto internazionale come scudo di realismo, all’autonomia energetica come precondizione di sovranità, fino al Mediterraneo come spazio vitale e campo di responsabilità per un nuovo ruolo della penisola italiana, della Sardegna e della Sicilia.
Concordo con Guzzi che la pace non deve stare nel campo sterile della retorica e del moralismo, perché va invece costruita ridefinendo il campo del realismo politico. Cioè si costruisce con idee precise, non con buone intenzioni. Iniziamo da qui.
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𝗤𝗨𝗔𝗧𝗧𝗥𝗢 𝗜𝗗𝗘𝗘 𝗣𝗘𝗥 𝗙𝗔𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗢𝗧𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗖𝗘
PILASTRI DIFESA DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, NO ARMI, ENERGIA E MEDITERRANEO
𝗱𝗶 𝗚𝗮𝗯𝗿𝗶𝗲𝗹𝗲 𝗚𝘂𝘇𝘇𝗶 – 𝐼𝘭 𝘍𝑎𝘵𝑡𝘰 𝘘𝑢𝘰𝑡𝘪𝑑𝘪𝑎𝘯𝑜, 6 giugno 2026.
 
Nel tempo delle più estreme contrapposizioni, l’Italia dovrebbe proporsi come “potenza di pace”, cioè come spazio in cui mediare tra le parti in conflitto, in un confronto dialettico con i propri alleati e in difesa dell’interesse nazionale.
 
1. L’Italia dovrebbe condannare sempre qualunque violazione del diritto internazionale. Questa posizione non viene da un eccesso d’idealismo. Conosciamo la natura politica di qualunque ordine giuridico, e le aporie di quello internazionale. Tuttavia, due punti spingono a questo primo elemento. Innanzitutto, un formalismo d’ordine è meglio di nessun ordine. Il cinismo può divenire il peggior nemico del realismo, che riconosce la parzialità di qualunque assetto normativo ma anche la sua auspicabilità. In secondo luogo, per una media potenza come noi, un’arena internazionale dove risolvere le controversie internazionali, che non si basi solo sui rapporti di forza, è strategia di sopravvivenza. Ogni violazione del diritto internazionale, commessa tanto da alleati quanto da nemici, dovrebbe essere condannata. Questa non sarebbe una posizione dogmatica, in quanto spesso le soluzioni potrebbero prevedere riformulazioni dei rapporti di potere. Ma, per un paese come il nostro, il diritto internazionale rimane uno scudo di perfetto realismo.
 
2. L’Italia non dovrebbe inviare forniture militari ai paesi in guerra. Ciò sarebbe già previsto da legge ordinaria. Tuttavia, viene ne praticamente mai applicata. Tale regola invece sarebbe un ombrello di sicurezza: strumento di legittimazione per proporsi poi credibilmente come arena di mediazione. Questa posizione non equivarrebbe a porre sullo stesso piano chi ha iniziato la guerra con chi la subisce. Significa, piuttosto, distinguere il giudizio politico dalla scelta strategica sul ruolo che l’Italia vuole e può effettivamente assumere. L’Italia potrebbe contribuire con supporto umanitario o tramite operazioni Onu, frutto cioè di una mediazione politica tra le potenze. Altrimenti l’Italia esprimerebbe la sua posizione di risoluzione per via diplomatica, cercando di riconoscere le ragioni strutturali dietro i conflitti. Non è ignavia ma capacità di risolvere le cause delle guerre piuttosto che esacerbarne gli effetti.
 
3. L’Italia dovrebbe elaborare, proporre e implementare una strategia industriale ed energetica nazionale il più possibile autonoma. La pace non è un concetto astratto. È prassi economica e industriale. Si costruisce attraverso la conquista di spazi di indipendenza. Un paese manifatturiero come il nostro non si può permettere il privilegio di non tentare ogni via tecnicamente possibile per acquisire fonti di energia. Abbiamo su questo esempi di straordinario pragmatismo: Mattei stipulò accordi per gas e petrolio con l’Urss nel 1958, l’Iran nel 1957, l’Egitto nel 1957, e poi strinse collaborazioni con l’Algeria indipendentista, la Cina maoista, la Libia, la Tunisia, e molti altri paesi. Nessuna fonte energetica e nessun canale di approvvigionamento dovrebbero essere esclusi per ragioni ideologiche. Per portare a terra questo punto serve un coordinamento unico nazionale delle imprese partecipate. Esse dovrebbero sempre meno rispondere a criteri di valorizzazione azionaria per garantire la maggiore quantità di energia al minor costo possibile.
 
4. L’Italia dovrebbe rilanciare il suo ruolo di monitoraggio, controllo della navigazione e sicurezza nel Mediterraneo. Quando si parla di riarmo, infatti, non si menziona quasi mai il fatto che se qualche rischio alla nostra sicurezza potrà giungere in futuro, quasi certamente non verrà da est. Con meno certezza, possiamo asserire che questo rischio non varrà da sud. Nei prossimi decenni il Mediterraneo potrebbe essere un mare molto meno sicuro e libero, con eserciti nazionali, truppe mercenarie, mafie, o una combinazione di questi tre, a controllare stretti o imporre condizioni per transitare. L’Italia deve rilanciare il ruolo della sua marina, assumendosi la responsabilità di essere uno degli attori principali della regione. Questo rende la pace non un’astrazione ma un compito, che non possiamo non assumerci.
Questi quattro punti dovrebbero chiarire quale ruolo potrebbe favorire meglio il nostro interesse nazionale. L’Italia deve lavorare per porre i presupposti per la pace, che è sempre una costruzione precaria, massimamente politica, e si regge su punti d’appoggio fragili. Ma la guerra non è un destino.
Questa identità geopolitica si potrebbe infatti alimentare anche della storia del nostro paese. L’Italia si costituisce su una vocazione universalistica, da Roma alla Chiesa, che proprio con il testo Magnifica Humanitas rilancia oggi la sua visione sociale e il suo messaggio di pace. Questa prospettiva non è infatti solo geopolitica. Ha una radice antropologica: la pace dipende dall’immagine dell’uomo che una civiltà custodisce o smarrisce. Si può costruire su questo un nuovo discorso storico-culturale capace di creare collante, consapevolezza, identità. L’Italia deve ritornare a questa dimensione universale, senza rinunciare al senso di sé, e fuggendo con forza le sirene del globalismo, vera anticamera per il più estremo bellicismo.
 
C’è una terza via tra la retorica pacifista e il militarismo. Si potrebbe chiamare “realismo profetico”: non fuga dalla realtà, ma rifiuto di considerare la guerra l’unico orizzonte possibile. È lo sguardo di quelli che “vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla”, come scrive Leone XIV nell’ultima enciclica. L’Italia ha assunto questo sguardo tante volte nella sua storia, e non è escluso che non sarà in grado di rifarlo nel futuro.

Aggiornamento del 18 giugno 2026.

Ho ripreso la proposta di Guzzi in questo mio intervento

 

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